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Sapevano tutto e per nove anni hanno nascosto i documenti. Anzi no, facciamola più “british”, come si dice nelle redazioni, e proviamo a porla in forma interrogativa: è possibile che sapessero tutto quello che accadde in occasione dell’arresto di Cucchi tanto l’Arma quanto i pm del primo processo? Già, perché esiste una relazione preliminare sui primi risultati dell’autopsia tenuta segreta e depositata nel 2009 in Procura. E’ l’ennesimo colpo di scena annunciato oggi dal pm Giovanni Musarò nel corso dell’udienza al processo-bis sulla morte di Stefano Cucchi in cui i fari restano puntati in particolare sul filone dei depistaggi. Una prima analisi mai emersa finora i cui risultati erano completamente diversi da quelli scritti nell’autopsia che vennero anticipati nel carteggio interno fra i Carabinieri. Negli accertamenti preliminari infatti, che vennero negati anche all’avvocato della famiglia Cucchi, si parlava di due fratture e non precedenti all’arresto, oltre a un’insufficienza cardio circolatoria acuta e si diceva che non si poteva stabilire con certezza le cause della morte. «Se il medico nel 2009 non poteva sapere il motivo della morte di Cucchi, allora come è possibile che i carabinieri già lo sapessero?», ha sottolineato Musarò in aula.

L’«assordante silenzio» degli ufficiali indagati
«Anche se erano evidenti già dai primi giorni», come commenta Ilaria Cucchi con Left in un momento di pausa, le zone d’ombra del calvario di Stefano Cucchi, arrestato per spaccio il 16 ottobre del 2009 e morto sei giorni dopo in un letto d’ospedale nel reparto penitenziario del Pertini, stanno emergendo con forza nel processo bis contro cinque carabinieri – tre dei quali imputati di omicidio preterintenzionale – da cui è derivato un secondo filone d’inchiesta che risale i vertici della Benemerita romana seguendo il filo nero dei depistaggi. Tre gli ufficiali indagati che oggi hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere in questo processo perché “indagati in procedimento collegato”. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, il tenente colonnello Luciano Soligo e il capitano Tiziano Testarmata. Alla luce di «questo silenzio assordante», della mancata prova “dichiarativa”, ha annunciato il pm, alla prossima udienza (il 27 marzo) lui stesso presenterà una memoria esplicativa per chiedere che siano messe agli atti le carte, le prove documentali, prodotte durante i rispettivi interrogatori. L’8 aprile, infine, una nuova udienza decisiva con la deposizione di Francesco Tedesco, uno dei tre imputati di omicidio, quello che con la sua presa di distanza su quanto avvenne quella notte ha consentito una delle più vistose brecce nel muro di gomma che ha coperto questa storia per nove anni.

Che cosa dice la relazione “segreta”
Il pm Giovanni Musarò, nell’inchiesta sui depistaggi del caso Cucchi, cerca proprio di fare luce anche su questa relazione datata 30 ottobre 2009 «sui primi risultati dell’autopsia, tenuta segreta ma di cui il Comando provinciale e il Gruppo Roma sapevano». La relazione preliminare lasciava incerto un qualsiasi nesso tra le lesioni sul corpo di Cucchi e il decesso ma negli atti i carabinieri escludono ogni possibile collegamento, sulla scia di una presunzione d’innocenza scandita dal governo di allora a reti unificate. In quel documento preliminare infatti si sottolineava che «la lesività delle ferite allo stato non consentiva di accertare con esattezza le cause della morte». Un referto che sembra sbattere contro i verbali dei carabinieri, redatti poche ore dopo e riscritti sotto dettatura proprio per minimizzare le condizioni di salute del giovane arrestato.

Nel dettaglio, nella relazione “segreta” vengono analizzate anche delle fratture di alcune vertebre in area sacrale, riscontrate su Stefano Cucchi, giudicate compatibili anche con cadute pregresse e si sottolinea che le ecchimosi in testa e le fratture potrebbero essere state provocate da una caduta dalle scale («plausibile caduta che, da parte nostra, riteniamo possa avere implicato, verosimilmente ed in particolare, urto sulla regione gluteo-sacrale avuto riguardo della lesività ecchimotica) che potrebbe essere stata di «natura accidentale o di caduta eteroindotta». Su questo punto la relazione del 30 ottobre conclude che «la lesività traumatica contusiva – nella specie occorsa – allo stato attuale non appare assumere valenza causale nel determinismo letifero (ovvero nella morte, ndr) del soggetto, non emergendo attualmente elementi obiettivi deponenti in tal ultimo senso».

Nel suo intervento di fronte alla Corte d’Assise di Roma, il pm Giovanni Musarò ha sottolineato che «nei verbali a firma dell’allora comandante del Gruppo Roma Casarsa e dell’allora comandante provinciale Tomasone la relazione non viene menzionata». E già in quei giorni i carabinieri, «pur sapendo di quella relazione preliminare segreta nel verbale escludevano un nesso di causalità delle ferite con la morte». Un documento che gli stessi legali della famiglia Cucchi – secondo quanto riferiscono – è stato tenuto a loro «nascosto fino al deposito della relazione completa nel 2010». Tutto ciò nonostante avessero «presentato istanza al pm Vincenzo Barba», titolare della prima indagine sulla morte di Stefano. La serie di incongruenze ha spinto lo stesso Musarò a porsi una domanda a cui finora non è stata ancora data risposta: «Se nel 2009 non si conoscevano le cause della morte – ha detto il pm in aula – com’è possibile che i carabinieri nei loro documenti già lo sapessero?». Ovvero: se la relazione introduceva elementi di incertezza perché i carabinieri esclusero nettamente il nesso lesioni-morte?

Stefano non morì di malnutrizione
In una deposizione di due giorni fa è lo stesso autore di quel documento, il medico Dino Mario Tancredi, a dimostrare le sue perplessità: «Non so dirvi per quale ragione la predetta relazione preliminare non fu messa a disposizione delle altre parti», ha detto ascoltato in Procura. Il medico legale ha anche spiegato che la relazione «contiene un parere preliminare che è del tutto orientativo, perché è poi necessario compiere gli approfondimenti e le valutazioni del caso. Per questo il pubblico ministero ci concesse 60 giorni» e il perito fu affiancato poi da un gruppo di specialisti. Alcuni mesi dopo arrivò la relazione definitiva del 2010, che Musarò non esita a definire «ormai come farlocca» perché inquinata da presupposti investigativi viziati, per questo ha chiesto ai giudici di ritirare dalla lista testi i medici legali, i periti e i consulenti del pm nel primo processo sulla morte di Stefano (quello che vide imputati i medici del Pertini, ndr). «Le loro testimonianza – spiega il pm – introdurrebbero un vizio nel processo attuale». E sul fronte del processo d’appello ai medici del Pertini, arriva oggi la seconda perizia affidata dalla Corte d’Assise d’Appello che porta alla conclusione che Stefano morì per una morte cardiaca su base aritmica e non per malnutrizione, come sancì la perizia precedente. Ma non si esclude l’ipotesi che una cura adeguata avrebbe potuto salvarlo.

«Bisognava rassicurare gli animi»
Tornando all’udienza va segnalato il botta e risposta in aula fra Musarò e il maggiore Paolo Unali, comandante della Compagnia Casilina all’epoca dei fatti, nel 2009. Il pm chiede perché il geometra non venne fotosegnalato e l’esponente dell’Arma replica sostenendo che gli fu detto che il detenuto era stato già foto segnalato in un precedente arresto. «Ma il foto segnalamento non è obbligatorio dopo qualsiasi arresto?» chiede Musarò. «No, non credo, secondo me no», risponde Unali. «Comunque i colleghi mi dissero che non riuscirono a fare il foto segnalamento perché il detenuto era poco collaborativo, al punto che non voleva entrare in cella», ha proseguito il maggiore. «E allora perché non lo avete denunciato per resistenza a pubblico ufficiale?», ha chiesto il pm. «Ma quella di Cucchi era una resistenza passiva, mi dissero, non fisica», ha risposto Unali, che ha anche detto di «essere all’oscuro» che due degli imputati (D’Alessandro e Di Bernardo) avessero partecipato all’arresto oltre che alla perquisizione, l’avrebbe saputo solo 25 giorni fa; non sa dire perché, se il foto segnalamento non fu effettuato sul verbale c’è scritto che Cucchi fu identificato mediante foto segnalamento e accertamenti dattiloscopici. «Sa, dopo nove anni…». Però ricorda la tensione i giorni dopo la morte del giovane, quando ormai era esploso il caso a livello mediatico.

«Alla stazione Appia c’era tensione, la notizia aveva fatto clamore e si aspettava a breve la lista degli indagati». Dice anche che «bisognava rasserenare gli animi di uomini che fanno servizio armati», «che possono diventare pericolosi se non rasserenati». In realtà, secondo il Pm che allega agli atti un articolo de Il Messaggero di quei giorni. Il ritaglio venne spedito dal comando generale dell’Arma perché si ipotizzava che «ovviamente era successo qualcosa in caserma» visto che Stefano, durante la perquisizione domiciliare era in buone condizioni e la mattina dopo in tribunale era vistosamente malconcio. «Di questo stavate parlando – ha incalzato Musarò – perché i fari erano puntati su di voi!». Il maggiore ha ricordato anche la riunione convocata otto giorni dopo la morte di Cucchi, il 30 ottobre 2009, e che Massimiliano Colombo, comandante della stazione di Tor Sapienza, parlando con il fratello definì una riunione «tipo gli alcolisti anonimi». «L’allora comandante provinciale, il generale Vittorio Tomasone, ci disse che dovevamo stare tranquilli e sereni, di non agitarci e che noi non eravamo coinvolti perché Stefano Cucchi era morto giorni dopo in ospedale, quando non era in nostra custodia. Ognuno prese a turno la parola per raccontare quello che era successo durante le fasi in cui avevano avuto Cucchi in custodia e in quell’occasione, ricordo – ha concluso Unali – non si è parlato del mancato foto segnalamento».

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