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«Diversi perché unici». È il titolo della XV settimana contro il razzismo promossa dall’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali (Unar) con un festival che si svolge dal 18 al 24 marzo a Roma. Titolo evocativo che ci fa pensare all’uguaglianza che accomuna tutti gli esseri umani, perché uguale è la dinamica della nascita, ma anche all’originalità, unica e irripetibile, di ognuno di noi. Questione cardine in tempi di disumane e oscurantiste politiche di governo contro i migranti e contro le donne. Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Luigi Manconi, presidente dell’Unar già senatore Pd e presidente della Commissione per i diritti umani (ruolo che il governo giallonero ha affidato alla leghista Stefania Pucciarelli paladina di politiche anti immigrati). Sociologo, politico e fondatore dell’associazione A buon diritto, Manconi è da sempre impegnato nella battaglia per l’affermazione dei diritti umani, tema a cui ha dedicato numerosi libri, fra i quali Aboliamo il carcere (Chiarelettere) e il più recente Non sono razzista, ma pubblicato da Feltrinelli e scritto con Federica Resta.
Riflettendo sullo slogan che avete scelto per il festival dell’Unar potremmo dire, che nasciamo uguali e che l’originalità che poi ognuno sviluppa è una ricchezza?
Sì, “Diversi perché unici” significa che la parità non è mai anonimato, non è mai serialità, non è mai meccanismo omologante, ma al contrario è la capacità di valorizzare l’unicità di ciascuno dentro un tessuto comune, contro una idea mesta e burocratica di uguaglianza. L’uguaglianza è una articolazione vitale delle differenze. La ricchezza delle differenze può essere un fattore di condivisione, può essere la base di un cammino comune, dove è possibile ricomporre i conflitti.
In questa chiave andrebbe letto il fenomeno della migrazione?
Mi interesso di immigrazione dal 1989. Inizialmente grazie all’insegnamento di Laura Balbo. Ho sempre pensato che la convivenza sia difficile, suscettibile di tensioni, ma che soprattutto sia una occasione di crescita. Per questo, da sempre, contesto alcune categorie proprie della retorica anti razzistica, quelle di società multiculturale, multietnica, multireligiosa. Mi sono sempre sembrate un succedaneo del socialismo, della società di liberi e uguali, della pienezza della realizzazione dell’umanità, ma ridotte a slogan.
Ci spieghi meglio.
Voglio dire che la società multiculturale è un terreno di conflitti, quindi non valgono queste formule che hanno questa dimensione enfatica. Ma certamente vanno attentamente analizzate. La convivenza, che è la sola via, può essere non solo piena di conflitti, ma anche dolorosa. La politica deve fare proprio questo, deve impedire che le tensioni diventino lacerazioni e far sì che possano essere foriere di dinamiche virtuose.

Chi chiude i porti, denigra le Ong, inneggia ai respingimenti vorrebbe fare della solidarietà un reato, che ne pensa?

Potrà sembrare strano ma ho sempre pensato che la categoria di solidarietà rischia di apparire come qualcosa che chi molto possiede, graziosamente, concede a chi non ha nulla. La solidarietà è una strepitosa virtù, indispensabile, ma appartiene alla sfera intima delle persone. È ciò che motiva l’azione, spinge ad intervenire, ma quando poi la motivazione ci porta ad agire nella sfera pubblica la solidarietà deve lasciare spazio all’iniziativa pubblica, alla politica, al volontariato intelligente.

Invece di parlare di “criminalizzazione della solidarietà”, bisognerebbe parlare di criminalizzazione dei diritti?

Il punto è che non stanno criminalizzando il tuo sentimento intimo di solidarietà. Stanno facendo un’operazione estremamente più pericolosa. Perciò voglio definirla con le parole giuste: criminalizzazione del diritto. E in particolare del diritto al soccorso. A mio avviso tutto questo costituisce un attentato particolarmente grave all’intero sistema dei diritti umani che si fonda sul mutuo soccorso. Mi spiego meglio. L’individuo fa parte di una collettività e ne comprende l’irriducibile indispensabilità quando si trova in pericolo: in quel caso la relazione con l’altro diventa questione di vita o di morte. Tutto si fonda su un formidabile non detto: io aiuto te e so che quand’io avrò bisogno di te tu mi aiuterai. Questo elementare sentimento è il fondamento stesso della società umana, si chiama reciprocità. È questa reciprocità che fonda il legame sociale, non un generico spirito fraterno. Il diritto al soccorso in mare perciò è fondamentale.

Quanto è importante combattere quotidianamente le fake news e trovare un linguaggio diverso dalla maniera allarmistica, emergenziale, che caratterizza i giornali mainstream? È uno dei compiti che ci siamo dati con questo festival. Vogliamo superare una immagine “miserabilista”, “poveraccista” dell’immigrazione. Per far questo è fondamentale partire da un ragionamento oggettivo: tutti gli allarmi sociali legati all’immigrazione hanno a che fare con 5-600mila irregolari. In questo gruppo troviamo chi sbarca, coloro a cui non è consentito sbarcare, chi è sospinto verso una vita ai margini, chi si trova nei vari centri di trattenimento (che vanno dagli Hotspot ai Cpr), coloro che stanno in carcere, coloro che lavorano in nero. Se si analizzano tutte queste categorie vi si trovano collegati tutti gli allarmi sociali di cui abbiamo parlato e, ripeto, riguardano solo 5-600mila persone. Dopo di che ci sono 5 milioni e 200 mila stranieri regolari, fra i quali 900mila minori presenti nelle nostre scuole, che non costituiscono alcun allarme sociale; ci sono tensioni, contraddizioni ma non c’è una emergenza, anzi c’è l’esatto contrario, c’è una convivenza con ben più di 5 milioni di persone integrate, di cui la società italiana ha fatto esperienza, dei quali non intende fare a meno, verso i quali non ha sentimenti di odio.

Ma perlopiù sono senza voce?

Ecco il punto, ignorare, negare loro la parola è stato un errore gravissimo. Dall’altra parte, come accennavo, ci si è accontentati di una visione “poveraccista”. Uno degli obiettivi del festival è mettere in luce la forza delle nuove generazioni, la loro capacità di elaborazione culturale, la loro capacità di produzione artistica, la loro ricchezza. Vogliamo mostrare questo piccolo tesoro, ancora tutto da sviluppare, ma indubitabilmente presente. Molti media raccontano l’Africa come se fosse una realtà di sole capanne, senza vederne lo sviluppo, senza considerare l’immensità del continente nelle sue variegate differenze culturali. Abbiamo la responsabilità di cambiare il nostro sguardo lasciando che siano loro a raccontarsi? Questa incapacità di dare parola la si vede in tutti i campi in Italia. Davvero fatico a farmi una ragione del fatto che – se non con rare eccezioni – i sindacati non abbiano personale straniero militante e organizzato nelle proprie fila. Lo trovo inconcepibile. Possibile che Cgil, Cisl, Uil non abbiano creato in 25 anni una leva di sindacalisti stranieri? Tutto ciò ci dà una strana rappresentazione di questo Paese.

Non siamo razzisti, ma recita il titolo del suo ultimo libro. C’è sempre più razzismo in Italia?

Sì, sta crescendo il numero dei razzisti. Ma, con questo, non possiamo dire che l’Italia sia un Paese razzista. Chi lo afferma lo fa con una tonalità razzista, perché prende l’atteggiamento, le parole, gli atti di una minoranza e intorno a questo omologa tutto il resto. A Macerata un razzista ha sparato ma possiamo dire che sia una città razzista? Ovviamente no. Beninteso non dobbiamo ridimensionare il razzismo, dobbiamo vederlo nella sua reale misura. Crescono i razzisti? Sì. Cresce l’indulgenza verso il razzismo? Sì. Ma il problema dell’Italia è la xenofobia. Nel discorso pubblico il razzismo è diventato sinonimo di xenofobia. Non sono la stessa cosa. Io penso che la buona politica abbia un compito essenziale, intervenire in quello spazio che c’è tra xenofobia e razzismo e impedire che quella xenofobia si trasformi in razzismo. Se diciamo che l’Italia è tout court razzista facciamo un grande regalo a Salvini. Guai a farlo.

Dal 18 al 24 marzo alla Città dell’Altra economia a Roma si svolge la XV settimana contro il razzismo promossa dall’Unar con il titolo Diversi perché unici. Left partecipa alla festa dell’Unar: giovedì 21 marzo, a partire dalle 18.30, Simona Maggiorelli direttrice di Left intervista in pubblico il direttore dell’Unar Luigi Manconi sul tema “Il futuro”. Tutto il programma qui.

L’intervista di Simona Maggiorelli a Luigi Manconi prosegue su Left in edicola dal 15 marzo 2019


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