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Ci pensavo oggi, un pensiero così, uno di quelli che ti vengono quando ti è scivolata di mano una grossa opportunità e tu non ci puoi fare niente, solo accettare il verdetto. Ti verrebbe voglia di scatenare l’inferno, di gridare al complotto o di uncinettare qualche magnifica storia per dipingere un sabotaggio. E invece no. Hai perso. Succede nella vita. Si perde, si vince. Si perde, soprattutto. E quando si perde pesa soprattutto il sogno di tutto quello che ti eri costruito presumendo la vittoria. Come se alla fine tu fossi il peggiore nemico di te stesso.

Eppure non c’è posto per i perdenti, qui. Tutti vincitori, oppure ben armati contro un nemico ben riconoscibile, tutti bravi a essere puntati contro un nemico ben definito. Non perdono mai, quegli altri. Al massimo vengono fregati, dicono loro. Così quando succede di perdere non sai nemmeno dove metterti perché l’unico spazio che ti è concesso è quello tra i falliti.

Bisognerebbe allenare il coraggio di chiamarsi perdenti, di dirselo dandosi del tu, guardandosi allo specchio: ho perso perché le regole del gioco mi hanno fatto fuori, ho perso perché probabilmente qualcuno meritava più di me.

È la vita vissuta come un enorme game (leggetevi il libro di Baricco se vi capita) dove tutto è punteggio, dove anche i fatti quotidiani diventano schermi da superare, nuovi livelli da raggiungere e dove perdere è considerato un peccato mortale.

Che bello che sarebbe il mondo se la gente ci scherzasse su, a una sconfitta, ci bevesse qualcosa ripromettendosi di fare meglio la prossima volta, vivendo invece fuori dal game e immaginando che l’esperienza sia quel pesantissimo bagaglio che contiene le nostre sconfitte e le nostre fragilità

E qualcuno che dice “ho perso” si merita un abbraccio più forte, perfino un abbraccio di consolazione. Senza classifiche, punti. Restando umani, davvero.

Buon lunedì.

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