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Cosa lega le recenti dichiarazioni a proposito del fascismo rilasciate dal presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani (in quota Forza Italia), alla cronaca di questi ultimi giorni che ha visto coinvolto ancora una volta Caravaggio? Verrebbe da rispondere: una sottile, complessa linea rossa, scorrere minuscolo, impercepibile, assordante di fronte alla vastità dello scenario pittorico in un caso (il Martirio del Battista) attraverso cui il pittore costruisce la sua firma.

Se quel rivolo, nel caso artistico, è l’umana dichiarazione dell’ultimo legame alla vita (dal passato al futuro attraverso il presente) di un’esistenza drammatica, nell’altro, lo scenario politico attuale, è ancora un sottile filo rosso che ci stravolge perché rimane sempre un’attestazione di quanto sia flebile ciò che ci lega agli eventi storici e alla memoria degli stessi. È solo mancanza di memoria quella perorazione di Tajani pro fascismo dimentica in realtà delle leggi razziali e soprattutto di un sacrosanto principio secondo cui qualunque opera (dalle bonifiche alla fondazione di città compiute dal regime) non vale nulla rispetto al dolore inflitto anche a un solo essere umano. Già proprio il nulla, quel banale nulla che, vedremo a breve, ritornerà associato al nome di quel politico in modo inaspettato.

E ancora il nulla della memoria è tornato in questi giorni legandolo al nome del pittore. Circa un anno e mezzo fa scrivemmo di quanto sciocco fosse spostare di poche migliaia di metri nella stessa città, Roma, la statua di santa Bibiana dalla chiesa titolare, sua sede storica naturale, alla Galleria Borghese dove accadeva la messa in scena di curatori prima di tutto e poi dell’opera di Gian Lorenzo Bernini. Tutte le cautele promesse non furono sufficienti in quel trasferimento a impedire la rottura di un dito della mano della Santa. A dire il vero riproporre la stessa questione a distanza di così breve tempo ma per il celebre dipinto Le opere di Misericordia di Caravaggio sembrava pleonastico.

Non si erano fatti i conti, però, con il nulla della memoria degli organizzatori della mostra napoletana: il direttore della Reggia di Capodimonte, Sylvain Bellenger, e della dottoressa Cristina Terzaghi.
A leggere poi un recente articolo di Nicola Spinosa ancora quel nulla si amplia e si addensa come il sangue di san Gennaro quando apprendiamo che lo spazio in cui, durante quella prossima mostra, si sarebbe dovuta esporre la tela da spostare non era la riproposizione di quello originario ma di altro cronologicamente intermedio. E allora quella perdita di memoria va a intaccare un altro aspetto dell’organizzare un evento espositivo, quello della ricerca scientifica. Perché la mostra non diventa l’occasione per indagare la storia dello spazio della chiesa dove attualmente si custodisce la tela di Caravaggio? Analisi degli atti notarili, dei mandati di pagamento presso l’archivio storico del Banco di Napoli e ancora, soprattutto, lo studio del sottosuolo e delle murature con il georadar (giusto per fare un esempio). In questo caso la mancanza di memoria sembra farsi più acuta e quella linea rossa ancora più flebile.

Ultimo caso di memoria abiurata, in questa ennesima vicenda caravaggesca, è quello del proprietario e detentore l’opera di Merisi ovvero quel Pio Monte della Pietà che seraficamente ammette che i prestiti delle opere d’arte (sacra) devono avere un giusto ritorno economico. “Fuori i mercanti dal tempio” furono le parole dette non dal professore universitario o dall’ex soprintendente o dal direttore generale di un ministero. Quelle parole furono pronunciate da chi è, o almeno dovrebbe essere, e proprio per quel Pio Monte, di un’autorevolezza fuori dal comune per quanto dense esse sono di quella umanità e memoria che quel rivolo di vita, ora come allora, alimentano.

Un aneddoto conclusivo. Era il 2001. Il volto di Tajani, all’epoca della sua candidatura a sindaco di Roma, sulla lavagna di un’aula di Architettura dove, ironia del caso, s’insegnava proprio Storia, apparve come un ritratto composto da due sole parti anatomiche accompagnate dalla didascalia: il nulla fra due orecchie. Sono passati diciotto anni da quella candidatura, l’uomo politico è invecchiato, il suo volto reale si è dilatato e lo spazio fra le orecchie, così come il nulla, è aumentato.

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