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«I primi passi della mia vita li muovo nella casa di via Carducci… La nostra è l’ultima casa in fondo alla via. Poi iniziano i campi. E, all’orizzonte, c’è la montagnola di spazzatura che brucia sempre».

Parole evocative quelle che segnano l’incipit dello spettacolo Al presente, per il quale Danio Manfredini fu insignito, nel 1999, del premio Ubu come migliore attore. Parole venate della malinconia spesso legata ai ricordi, soprattutto se lontani nel tempo, che riempiono il vuoto di uno spazio bianco, all’interno del quale Manfredini si muove come su una grande tela. Un ritratto d’artista, il suo.

Davanti a questa enorme scatola, lo spettatore, dapprima disorientato, quasi abbagliato dal bianco abbacinante che emana, è costretto a rimanere lì, inchiodato, senza possibilità di resa, al Presente. Si prega di aprire gli occhi!, sembra intimare l’artista, con il quale percorriamo, ora con passo lento, ora veloce, la stanza della memoria che ci si staglia di fronte.

Insieme all’attore, il suo doppio. Un manichino con le sue stesse sembianze, al quale Manfredini si rivolge per rimarcarne l’immobilità: «Sembri lo straniero di Camus», richiamando così il personaggio scelto dalla penna dello scrittore francese per parlare di anaffettività. Nel corpo dell’attore/performer abitano personaggi, voci, storie, molte delle quali incontrate durante gli anni trascorsi negli ospedali psichiatrici come operatore. Personaggi che raccontano di solitudine, di attese, della ineluttabile fine, quando «la sera è una tregua malinconica»; uomini e donne con «il cuore nelle mani che, dopo tante palpitazioni, forse, può tornare a sorridere». Esseri umani trascinati sulla scena con la poesia irriverente del teatro di Manfredini, immersi «in un biancore talmente… totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili».

Alcuni personaggi di Al presente dichiarano di “non vedere”, di aver paura di sparire, oppure di essere alla ricerca dell’ombra che oscura la loro mente, il pensiero, e senza la quale è possibile guarire. La sensibilità dell’artista è tutta lì, nel suo sguardo spietato e appassionato, come gli occhi dipinti di rosso – unico colore presente in scena – suggeriscono.

Fin dall’inizio ci accorgiamo di come le immagini, evocate, del teatro di Manfredini permettano di andare a cercare sempre più a fondo quello che si nasconde dietro l’obiettiva materialità. Forse si rischia un confronto arduo, accostando queste immagini a quelle dalle tinte dense utilizzate da Michelangelo Antonioni ne Il deserto rosso (1964) per parlare della malattia mentale. Ma la montagna di rifiuti che brucia e il fumo che sale al cielo – osservati durante le passeggiate del piccolo Danio, nei campi, con il nonno – rievoca il fumo giallo scrutato da Giuliana e da suo figlio Valerio nel paesaggio industriale nei dintorni di Ravenna. Deserti entrambi. Di detriti industriali e di affetti, dove «la mamma invecchia dietro i vetri di una finestra» e il «padre sulla poltrona davanti alla televisione», dove la perdita del rapporto con la realtà umana porta Franz ad uccidere e poi infierire sul cadavere della moglie Maria. Una normalità assassina che ricorda i tanti casi di femminicidio perpetrati lucidamente, e poi giustificati con superficiali attenuanti, quali le “tempeste emotive”.

Ritratti di un’umanità ferita, lesa, annullata, di cui Manfredini si fa portavoce, misurando sapientemente ogni gesto, ogni parola. «Spero che ci siano molti spettatori nel giorno della mia esecuzione, e che mi accolgano con urla di odio.» È una dichiarazione di poetica quella dell’artista, coraggioso nel mostrarsi nudo davanti allo spettatore, che esorta a «fare la domanda o per sempre restare», a esser(ci) o non esser(ci), a vedere o non vedere. Perché la rivoluzione è, nonostante tutto, raccontare di speranza, e Manfredini ce lo dimostra: l’arte, nascita senza madre, non invecchia. Avere vent’anni e non dimostrarli.

Parafrasando ancora Camus, che Manfredini ci ha suggerito: «L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti. L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale… la nobiltà del nostro mestiere avrà sempre le sue radici in due difficili impegni: il rifiuto della menzogna e la resistenza all’oppressione».

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