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«L’Europa è di nuovo in crisi. E lo è anche il suo rapporto con la scienza. Ancora una volta le due crisi non sono indipendenti Ancora una volta la seconda è causa della prima». Pietro Greco apre così la premessa al suo nuovo libro La Scienza e l’Europa – Dal secondo dopoguerra ad oggi. Quinto e ultimo volume della collana “La Scienza e l’Europa” de L’Asino d’oro ed., il libro racconta gli ultimi 75 anni di storia europea, costringendo il lettore a un’affascinante e necessaria ricerca sul rapporto inscindibile tra politica, cultura e scienza. In quella che viene definita “L’Era dell’informazione e della conoscenza”, l’Europa ha smesso di scommettere sulla ricerca e, in particolare, sulla ricerca scientifica.

«Per la prima volta nella sua storia dopo la rivoluzione scientifica del Seicento», scrive Pietro Greco, «la spesa europea in ricerca è inferiore a quella media del resto del mondo». Calano gli investimenti europei nel settore “Ricerca e sviluppo” (con un trend costante a partire dal 2008), mentre cresce il consenso dei movimenti antiscientifici (dai NoVax, al caso Stamina, ai negazionisti della Xylella). E in questo clima trovano terreno fertile idee xenofobe e razziste, che potremmo includere tra i movimenti antiscientifici più estremisti.

La crisi dell’Europa con la scienza è una vera e propria crisi identitaria. L’Europa sembra aver dimenticato la sua nascita, che è prima di tutto quella di entità culturale, e i suoi primi anni di vita, di cui proprio la scienza è stata il primo e solido collante.

Negli anni che…

L’articolo di Ilaria Maccari, Alessia Nota e Giulia Venditti prosegue su Left in edicola dal 22 marzo 2019


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