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Il primo Codice civile italiano fu approvato nell’aprile del 1865. Tra le norme che regolavano i rapporti familiari, ve ne era una dedicata al matrimonio dei figli, che getta una luce chiarificatrice su quanto contasse la donna all’interno della famiglia.

Segnatamente, i figli maschi che non avevano compiuto 25 anni e le figlie femmine che non avevano compiuto 21 anni, non avrebbero potuto contrarre matrimonio senza il consenso del padre e della madre, ma se i genitori fossero stati in disaccordo, sarebbe stato sufficiente solamente il consenso del padre, come dire che la madre contava meno di nulla, o comunque che il suo parere aveva valore solo nella misura in cui coincideva con quello del marito.

Proseguendo sulla disamina dei diritti negati, il Codice del 1865 stabiliva che la moglie non avrebbe potuto donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito. L’incapacità giuridica intesa…

L’articolo di Carla Corsetti prosegue su Left in edicola dal 29 marzo 2019


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