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Il primo Codice civile italiano fu approvato nell’aprile del 1865. Tra le norme che regolavano i rapporti familiari, ve ne era una dedicata al matrimonio dei figli, che getta una luce chiarificatrice su quanto contasse la donna all’interno della famiglia.

Segnatamente, i figli maschi che non avevano compiuto 25 anni e le figlie femmine che non avevano compiuto 21 anni, non avrebbero potuto contrarre matrimonio senza il consenso del padre e della madre, ma se i genitori fossero stati in disaccordo, sarebbe stato sufficiente solamente il consenso del padre, come dire che la madre contava meno di nulla, o comunque che il suo parere aveva valore solo nella misura in cui coincideva con quello del marito.

Proseguendo sulla disamina dei diritti negati, il Codice del 1865 stabiliva che la moglie non avrebbe potuto donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito.

L’incapacità giuridica intesa come cardine fondante della negazione della affermazione individuale e sociale della donna.

Eppure una sensibilità in senso contrario la si poteva registrare già in quel periodo storico.

Un anno prima, nel 1864, era stata pubblicata l’opera più importante di Anna Maria Mozzoni, attivista per i diritti delle donne e giornalista: La donna e i suoi rapporti sociali.

La Mozzoni pose nella centralità dell’affermazione femminile l’istruzione e il riconoscimento dei diritti in relazione allo stato del lavoro femminile.

L’adozione del Codice del 1865, con le sue arretratezze, sollecitò anche Salvatore Morelli, femminista e illuminista, a presentare nel 1867 un progetto di legge dal titolo “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici”.

Nel 1875 Salvatore Morelli predispose un disegno di legge che ridisegnava il diritto di famiglia, e che riconosceva alle donne la capacità a rendere testimonianza, a votare, a divorziare, a redigere testamenti per disporre dei propri beni, a mantenere il doppio cognome.

Morelli voleva costruire la società italiana in senso emancipatorio, ma sapeva anche che il freno era costituito dalla grande influenza esercitata sulle masse dall’autorità cattolica.

Fu anche per questo che si oppose con fermezza alla legge sulle Guarentigie, la norma che dava al Capo pontificio soldi e onori sovrani, consentendogli di avere maggiore influenza sulla società italiana, come se non fosse già troppo arretrata di per sé.

Il pontefice, Leone XIII, successivamente alla riaffermata supremazia ricevuta dalla legge sulle Guarentigie, nel 1891 pubblicò la Rerum novarum, una enciclica con la quale introduceva nella società italiana la dottrina sociale cattolica, e nel contempo stigmatizzava l’intervento legislativo dello Stato nella regolamentazione normativa del diritto di famiglia.

La Rerum novarum incise profondamente anche nella qualificazione della tutela dei minori oggettivandone il possesso: «I figli sono qualche cosa del padre…».

Nel 1942, sotto il regime fascista, venne approvato un nuovo codice civile che disegnava per la donna, ancora una cornice normativa di inferiorità e di subordinazione.

Il codice del 1942 si confermava l’impostazione discriminatoria, disciplinando, tra le altre arretratezze, la cosiddetta potestà maritale secondo la quale: «Il marito è il capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui…».

Ancor più grave, durante l’epoca fascista, fu la produzione legislativa volta ad esaltare il ruolo della donna in funzione della maternità con il preciso scopo di allontanarla dal mondo del lavoro e dall’autodeterminazione.

Il fascismo e la Chiesa cattolica ebbero una sciagurata convergenza sulla regolamentazione del matrimonio, al punto che quando vennero stipulati i Patti lateranensi nel 1929, si stabilì che il matrimonio stipulato davanti ad un officiante del clero cattolico avrebbe avuto immediata efficacia anche nello Stato italiano.

La Costituzione italiana del 1948 mutò radicalmente il quadro di riferimento legislativo, e introducendo il principio di uguaglianza, pose fine, sotto il profilo formale, ad ogni discriminazione tra uomo e donna.

Ma il principio di uguaglianza non riuscì a scardinare alcune resistenze cattoliche rispetto alla distinzione tra figli naturali e figli legittimi, per non parlare dell’indissolubilità del matrimonio, concetto cattolico che fa discendere dalla divinità la sacralità del legame, e che, di fatto, ha ostacolato per un secolo l’attuazione di una legge sul divorzio.

Nel 1965 venne proposta una legge sul divorzio che fece riferimento diretto ed esplicito alla legge sul divorzio presentata un secolo prima proprio da Morelli, mentre una legge sul diritto di famiglia conforme alla Costituzione, fu approvata nel 1975, 100 anni dopo la proposta di Morelli.

Con la nuova disciplina i coniugi acquistarono pari diritti e doveri; ai figli nati fuori dal matrimonio vennero riconosciuti gli stessi diritti successori dei figli nati all’interno del matrimonio, venne riconosciuto il diritto della moglie ad ereditare; venne introdotta la comunione dei beni con una presunzione di proprietà condivisa di tutto ciò che entrava nella sfera economica dei coniugi.

Il nuovo diritto di famiglia del 1975 aveva determinato l’affermazione di un nuovo modello di società ugualitario, e aveva creato le premesse sulla nuova identità sociale della donna come lavoratrice e non più solo fattrice.

Ed è stato in questo complessivo contesto di autodeterminazione che la società civile è riuscita a maturare, tre anni dopo, la legge sull’aborto, tra i più grandi baluardi di civiltà di questa Nazione.

A distanza di oltre quarant’anni le forze reazionarie clericali e fasciste vorrebbero riaffermare i modelli derivati dalla codicistica del 1865 e dalla Rerum novarum, ma non ci riusciranno.

Il futuro dell’umanità è in direzione opposta e contraria alla loro misoginia.

 

 

L’articolo di Carla Corsetti è stato pubblicato su Left del 29 marzo 2019


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