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La morte del neonato a Scandiano è il secondo caso in quattro mesi – dopo quello di un bambino di due anni a Monterotondo – di decesso di minori perché sottoposti, clandestinamente, alla pratica della circoncisione rituale. Motivo di allarme fra il personale medico già prima di balzare agli onori della cronaca.

«Da dieci anni, denuncio, inascoltato, l’urgenza di deliberare una legge a livello nazionale, affinché si autorizzino le strutture pubbliche e private a effettuare le circoncisioni presso gli ospedali con costi accessibili, per garantire il diritto alla salute ed evitare il canale di quelle a domicilio», dichiara a Left, il fondatore dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) nonché consigliere dell’Ordine dei Medici di Roma, Aoad Foadi, uscendo da un incontro congiunto, tenutosi il 26 marzo al Senato, con il presidente della commissione Igiene e sanità del Senato, Pierpaolo Sileri, e il presidente dell’Omceo di Roma, Antonio Magi. I quali, insieme al presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, sostengono l’appello di Foad e la proposta di «autorizzare tutte le Regioni a dare spazio ad ambulatori per la circoncisione rituale affinché si eviti il sopraggiungere di complicanze fisiche e psicologiche nei bambini musulmani e nelle loro famiglie».

Sulla scia dell’esempio virtuoso dell’Asl Roma 4, diretta da Giuseppe Quintavalle, che ha consentito l’apertura del primo ambulatorio per circoncisioni presso l’ospedale di Civitavecchia e della lungimiranza del presidente della Toscana, Enrico Rossi, che ha permesso, dal 2002, l’inserimento degli interventi di circoncisione nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), autorizzando, così, la pratica nelle strutture ospedaliere della Regione, a fronte del pagamento di un ticket ma con scarsa incidenza sui conti della sanità, visto l’esiguo numero di casi ogni anno.

Sono undicimila le circoncisioni rituali fatte effettuare, sui loro figli, da cittadini di origine straniera e che vivono in Italia, di cui cinquemila nel Belpaese e le restanti nei Paesi di provenienza, sfruttando le occasioni per farvi ritorno. Delle cinquemila eseguite in Italia, il 35 per cento è praticato nei circuiti clandestini, in casa o in ambienti non protetti e, il più delle volte, non da medici, dietro una piccola offerta. «La criticità risiede sia nei costi proibitivi poiché, attualmente, una circoncisione nelle strutture private costa dai duemila ai quattromila euro, sia nell’impossibilità delle strutture di intervenire prima dei quattro anni – in alcune anche dopo i dodici – per questioni legate all’anestesia mentre, per motivi culturali e religiosi, il 99 per cento delle famiglie vorrebbe poter intervenire nei primi mesi di vita del bambino», spiega Aodi Foad. Che aggiunge: «Per tutte queste ragioni, noi medici chiediamo che la circoncisione venga inserita nel Lea e possa essere creato un registro degli ambulatori a cui potersi rivolgere dietro pagamento di un ticket sanitario che non superi i duecentocinquanta euro».

E, non ultimo, i medici chiedono che sia predisposto un piano di comunicazione (corretta) anche perché, dopo i drammatici casi, sono aumentate le richieste di informazioni, all’Amsi e al Co-mai (Comunità del mondo arabo in Italia), delle famiglie musulmane sulla possibilità di effettuare la circoncisione in modo regolare, sicuro e a costi sostenibili oltre che quelle di aiuto per ottenere interventi riparatori a circoncisioni fatte in casa, che hanno riportato gravi complicanze. Per evitare le quali, in questi ultimi mesi, c’è stato un contenimento delle circoncisioni illegali, con una riduzione percentuale dal 35 al 25 per cento.

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