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La regionalizzazione è vicina, ma anche lo sciopero generale della scuola è imminente. Nella prima decade di maggio, (il 17 ) lo stesso mese dell’ultima grande protesta, quella contro la Buona scuola, nel 2015. La conferma dello sciopero, che circolava già nell’aria da giorni, è arrivata dopo l’incontro di oggi, 4 aprile, al Miur. Non ci sono state risposte alle richieste avanzate dai sindacati. E allora si prende atto – si legge nel documento firmato da Cgil, Cigl e Uil, Gilda e Snals – dell’apertura dimostrata per un incontro fissato l’8 aprile ma in attesa viene confermato lo sciopero generale di tutto il comparto di istruzione e ricerca per l’intera giornata del 17 maggio. Alla protesta aderiscono anche i sindacati di base, per l’Unicobas, sottolinea il segretario D’Errico è il secondo sciopero contro la regionalizzazione, dopo quello del 27 febbraio.

Uno dei temi “caldi” che allarma tutto il mondo della scuola è proprio l’autonomia differenziata di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, accantonata a febbraio per non creare troppi grattacapi a M5s e Lega prima delle elezioni europee, che tornerà presto sul tavolo del governo e del Parlamento. Che non potrà fare granché, visto quanto prescrive l’articolo 116 della Costituzione, modificato con la riforma del Titolo V nel 2001: «La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata».
Dal mondo della scuola è arrivata l’opposizione più forte. Un’istruzione su misura, con dirigenti scolastici e capi degli uffici scolastici regionali alle dipendenze della Regione e con i docenti di nuova nomina negli albi regionali è qualcosa che proprio non va giù. Sarebbe la distruzione dei diritti dei cittadini a ricevere un’istruzione secondo i principi sanciti dalla Costituzione, uguale per tutti, con una minaccia nemmeno tanto velata alla libertà d’insegnamento.

La regionalizzazione del sistema di istruzione figura tra i punti, insieme al rinnovo del contratto nazionale e la stabilizzazione dei precari della scuola e della ricerca, della piattaforma alla base dello stato di agitazione proclamato il 29 marzo dai sindacati Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda.
Nel documento si ribadisce «la centralità del Contratto nazionale di lavoro come strumento di potenziamento della funzione unificante che il sistema di istruzione e Ricerca svolge per l’intero Paese: diritti, doveri e salario debbono essere gli stessi, indipendentemente dal luogo in cui viene resa la prestazione lavorativa». Come sostiene il giurista Mario Ricciardi (v. Left del 4 marzo 2019) la regionalizzazione del comparto scuola è un grimaldello che le destre potrebbero usare per scardinare l’intero impianto della pubblica amministrazione.

I sindacati hanno spiegato in un incontro avvenuto lunedì 1 aprile le ragioni del no alla regionalizzazione da parte del comparto scuola al presidente dell’Anci Antonio Decaro che ha sottoscritto il loro appello.

Risale a febbraio l’appello che tutti i rappresentanti del mondo della scuola, per la prima volta uniti al di là delle appartenenze politiche e delle differenze ideologiche, hanno sottoscritto e che ognuno può firmare qui. «La scuola – si legge nel documento – non è un semplice servizio, ma una funzione primaria garantita dallo Stato a tutti i cittadini italiani, quali che siano la regione in cui risiedono, il loro reddito, la loro identità culturale e religiosa. L’unitarietà culturale e politica del sistema di istruzione e ricerca è condizione irrinunciabile per garantire uguaglianza di opportunità alle nuove generazioni nell’accesso alla cultura, all’istruzione e alla formazione fino ai suoi più alti livelli».

Non solo lo stato di agitazione che prefigura lo sciopero generale. Sono in programma altre iniziative, dopo quelle che si sono tenute in tutta Italia nei giorni di febbraio. Una in particolare è nel cuore della regione autonomista per antonomasia, il Veneto. Passate le tracce del Congresso mondiale delle famiglie e delle loro tesi antiscientifiche (alla presenza del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, notare bene), Verona il 6 aprile sarà il teatro della Conferenza nazionale per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione dell’istruzione. A promuovere questo evento una rete di associazioni: dalla Lip scuola al gruppo No Invalsi, dall’associazione nazionale per la scuola della Repubblica agli autoconvocati della scuola, fino al Coordinamento per la democrazia costituzionale. Intervengono Floriana Cerniglia docente di Scienze delle finanze all’Università Cattolica di Milano e tra i primi a lanciare l’allarme sull’ipotesi regionalizzazione, Marco Esposito, giornalista de Il Mattino e autore del libro Zero al Sud (Rubettino) una critica approfondita sul federalismo fiscale che penalizza il Mezzogiorno.  Coordinano la docente Rossella Latempa e il dirigente scolastico Lorenzo Varaldo del gruppo dei 500 di Torino. Saranno presenti anche gli insegnanti Marina Boscaino e Carlo Salmaso (Lip scuola), Anna Angelucci, Renata Puleo, e molti altri in rappresentanza di comitati sparsi in tutta Italia.

Il 10 aprile a Bologna, organizzato da Scuola e Costituzione Bologna si svolge una giornata di mobilitazione all’Università con la presenza di sindacalisti, rappresentanti delle associazioni di studenti, insegnanti e genitori. Con approfondimenti teorici di Andrea Morrone, docente di diritto costituzionale e Mario Ricciardi docente di diritto del lavoro. L’Emilia Romagna è la regione con la linea più “morbida” rispetto a Veneto e Lombardia. Per quanto riguarda il sistema scolastico, la regione guidata da Stefano Bonaccini (Pd) chiede di poter gestire la sola istruzione professionale, «la possibilità di integrare l’organico statale con un organico regionale e risorse certe per programmare l’offerta scolastica», si legge nella presentazione dell’evento di Bologna. La conclusione è sempre la stessa: il rischio di avere «tanti sistemi scolastici diversi regione per regione, con programmi, titoli di studio e gestione del personale locali».

 

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