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La vicenda di Ramy e Adam ha riaperto le polemiche sullo ius soli e sull’accesso alla cittadinanza. E ha riproposto i dilemmi e le domande che hanno caratterizzato il dibattito negli ultimi anni: cosa significa essere italiano, e chi è degno di diventarlo? Un giovane nato e cresciuto nel nostro Paese va considerato «uno di noi», oppure le sue origini familiari (l’essere figlio di immigrati) ne fanno ancora un estraneo? Si può considerare italiano chi parla anche un’altra lingua, ereditata dai genitori, e magari pratica una religione diversa da quelle ritenute (a torto, ma questo è un altro discorso) «autoctone»?
A queste domande si possono dare, e si sono date, risposte diverse. Così, le destre variamente pentastellate sostengono che non basta nascere e crescere in Italia per essere «davvero italiani». Viceversa, dai banchi del centrosinistra si fa notare che chi vive da sempre nel nostro Paese, chi ha frequentato le nostre scuole, chi ha giocato a pallone coi nostri figli non può che essere «uno di noi». È rimasto famoso un manifesto affisso sui muri di Roma nell’ormai lontanissimo 2003, firmato dai Democratici di sinistra (antenati dell’attuale Pd): accanto alla foto di un bambino dai lineamenti cinesi, campeggiava lo slogan «va a scuola coi nostri figli, tifa per la Roma, adora la pizza: perché domani non dovrebbe votare italiano?». Tifa per la Roma e adora la pizza: più italiano di così… (con buona pace dei tifosi della Lazio, verrebbe da aggiungere).
È davvero una «questione di identità»?
Forse il problema sta proprio qui. Tutti sembrano dare per scontato che per ottenere la cittadinanza si debba «diventare italiani», cioè acquisire l’identità, la cultura o addirittura «i valori» degli italiani. Il che fa nascere la domanda su quali siano questi valori, quale sia l’«identità» o la «cultura» del nostro Paese: un tema su cui…

L’articolo di Sergio Bontempelli prosegue su Left in edicola dal 5 aprile 2019


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