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«Ogni mattina, appena alzata, correvo subito ad affacciarmi alla finestra della mia stanza, dove dormivo assieme ai miei cinque fratelli, perché mi piaceva godere dello spettacolo che avevo davanti ai miei occhi. Un lunghissimo viale pieno di alberi da frutta e di orti rigogliosi, ma quella triste mattina i colori della primavera erano coperti dal nero delle divise e dei fucili dei 2mila soldati nazifascisti che circondavano il sanatorio Ramazzini e tutto il Quadraro». Queste le parole di una testimone diretta di quel giorno, Vanda Prosperi, una bambina di solo sette anni.
È l’alba del 17 aprile 1944, siamo al Quadraro, un quartiere popolare della periferia Sud-Est di Roma. Le truppe nazifasciste guidate dal tenente colonnello delle SS, Herbert Kappler, circondano il quartiere. Unternehmen Walfisch, nome in codice: operazione Balena. Si tratta del rastrellamento del Quadraro, che porterà oltre 700 uomini dai 16 ai 55 anni a lavorare come schiavi in Austria, Germania e nei territori occupati dai nazisti, deportati in condizioni disumane e costretti a vivere di stenti e privati di qualunque libertà. Una volta prelevati dal Quadraro, vengono trasportati prima in un campo di detenzione provvisorio allestito negli studi di Cinecittà, poi al campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, dove verranno registrati come detenuti politici. “Nido di vespe” così veniva chiamato con disprezzo questo quartiere, proprio perché oltre ad essere un quartiere popolare, garantiva rifugio e protezione a tutti quei partigiani, perseguitati politici e renitenti alla leva, che scappavano dalla repressione nazifascista. Non a caso il già citato sanatorio Ramazzini era il centro operativo dei partigiani di Bandiera rossa e i nazisti per paura delle malattie non osavano metterci piede. Lo stesso console tedesco a Roma, Mòllhausen, dirà nelle sue memorie: «Chi voleva sfuggirci aveva solo due possibilità: o il Vaticano o il Quadraro».
È in questo contesto che avvenne il rastrellamento del Quadraro e il diario di Iliano Caprari, Linee resistenti (L’Asino d’oro ed., con prefazione di Annelore Homberg e postfazione di Agostino Bistarelli), è una testimonianza “in diretta”, molto preziosa e sicuramente unica, di come si svolgeva realmente la vita durante quei lunghi mesi di lavori forzati. Iliano Caprari, all’epoca ventunenne, dopo il congedo dalla leva obbligatoria, prende contatti con le organizzazioni partigiane dell’VIII zona alle quali aderirono un gran numero di persone, non solo al Quadraro, ma anche negli altri quartieri limitrofi come Torpignattara, Centocelle, Quarticciolo e Gordiani. Il fratello di Iliano, Giuseppe, ricorderà, infatti, in una sua testimonianza presente nel libro di Walter De Cesaris La borgata ribelle (Odradeck, 2004) che al momento del rastrellamento, Iliano aveva nascosto sotto il letto dei volantini di Bandiera rossa che per fortuna i tedeschi non trovarono durante la perquisizione.

La descrizione degli avvenimenti, una narrazione quasi quotidiana che scandisce le giornate raccontate nel diario, inizia dal momento in cui, dopo il periodo di detenzione al campo di concentramento di Fossoli e dei lavori forzati nella fabbrica di Biebrich in Germania, Iliano e i suoi compagni vengono di nuovo deportati, ma questa volta in Alsazia, per costruire trincee ed infiniti fossati, nel vano tentativo, da parte dei tedeschi, di arrestare la ormai prossima avanzata degli alleati angloamericani.

In Linee resistenti, oltre Iliano e i suoi compagni, ci sono delle presenze costanti, veri e propri protagonisti di questa narrazione: il freddo gelido della neve, la fame, e la violenza dei loro aguzzini. Di fronte a tanta disumanità, alle durissime e continue umiliazioni, oltre che alla fatica fisica a cui sono sottoposti i cosiddetti “schiavi di Hitler”, descritta con minuzia di particolari, l’autore del diario, non rinuncia a rendere partecipe il lettore anche dei piccoli spiragli di umanità grazie alla sua sensibilità capace di imprimere una narrazione di intima resistenza. E così, il sentimento della malinconia, della nostalgia e la consapevolezza della dignità violata, rappresentano un legame vitale, indissolubile con la propria terra, le proprie radici, i familiari, il Quadraro, il quartiere dove si è vissuti, Roma, la città dove si è nati. Scrivere diventa un modo non solo di documentare quanto accade nelle loro vite ma rappresenta anche la capacità di resistere, perché come evidenzia la psichiatra Annelore Homberg nella prefazione al libro «persiste la dignità di un uomo che sente e che vive i pochi rapporti personali ancora possibili; che ricorda il valido avvenuto prima e reagisce con residui moti di indignazione al disumano».

«Se questo diario non lo perderò e se la gente nostra leggerà questo scritto, sappia che tutto ciò che ho scritto, è vero sacrosanto», scrive Iliano come monito, nell’intento di creare consapevolezza del fatto che le sue parole raccontano di una tragedia talmente disumana che qualcuno potrebbe pensare che non sia mai accaduta. Questo libro è nato proprio con l’obiettivo di resistere all’oblio della memoria. Nel testo già citato di Walter De Cesaris si fa riferimento ad un convegno del 1984 realizzato all’interno di una scuola del quartiere, dove per la prima volta venivano condivisi degli stralci del diario di Iliano Caprari. Sin da allora fu evidente la necessità che quella testimonianza, umanamente così preziosa, diventasse un libro da diffondere a più persone possibili.

Tutto questo si è trasformato in realtà, quando nel dicembre 2017 ad una festa di QuadraCoro, il coro amatoriale del Quadraro, nei locali della biblioteca interculturale Cittadini del mondo, un invitato, Mauro Puliani, ignaro della nostra ricerca, si rivolse a noi, per dirci che aveva ricevuto

da Manuela Caprari il diario del suo papà. Commossi ed emozionati eravamo finalmente arrivati ad Iliano e alla sua storia. Il passo successivo è stato quello di rivolgerci alla casa editrice L’Asino d’oro che ha accolto con entusiasmo il manoscritto attraverso il quale possiamo conoscere la tragedia vissuta da uno dei 700 deportati.

Ed oggi, dopo 75 anni da quella tragica giornata del rastrellamento, il presente ed il passato convivono in un quartiere popolare che non vuole dimenticare perché ha il coraggio di ricordare. E finché ci saranno discriminazioni e disuguaglianze, la ricerca della memoria storica non sarà mai un atto sterile ma linfa vitale per coltivare nuove lotte, nuove resistenze e nuove speranze.

 

L’articolo di Francesco Giannelli e Maria Anna Tomassini è stato pubblicato su Left del 5 aprile 2019


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Francesco Giannelli è direttore del QuadraCoro, il coro amatoriale del Quadraro e Maria Anna Tomassini è presidente dell’Associazione QuadraCoro. 

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