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«Bisogna dare spazio alle migliaia di persone che stanno inventando, creando, proponendo e che sono speranza. In quanto sindaca, io mi chiedo, sempre, ogni giorno, non solo come gestire al meglio le risorse pubbliche, ma anche come dare potere a questa cittadinanza che ha tante buone idee e voglia di fare. Il mondo in cui viviamo è complesso, in questo periodo storico ci stiamo confrontando con l’ascesa dell’estrema destra e il ritorno del fascismo, però non ci possiamo deprimere, questo è vietato!». È una “lezione” di leggerezza politica quella di Ada Colau, l’alcaldesa di Barcellona. Che non significa banalizzare il discorso, come capita sempre più spesso ai politici di professione, ma approfondirlo, stimolando l’invenzione, per ridare alle parole e alla struttura democratica un nuovo senso e un significato al passo con i tempi. Leggerezza intesa nel senso calviniano del termine, autore che lei stessa cita. «Sono contenta perché abbiamo ridato prestigio ai municipi. Fino a qualche tempo fa la politica con la “P” maiuscola era prerogativa dello Stato. A noi sindaci toccava “solo” la normale amministrazione. Oggi invece vogliono diventare tutti “alcalde de Barcelona” – sorride – persino un ex primo ministro francese (Manuel Valls, sostenuto da Ciudadanos, ndr). Questo è ciò che conta, aver fatto capire a tutti quanto sia importante la politica delle città».
Anche di quelle piccole, come Riace, che per lei ha sempre rappresentato un modello a cui ispirarsi. A questo proposito, che significato attribuisce alle motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha smontato l’impianto accusatorio nei confronti del sindaco della cittadina calabrese?
Da una parte sono contenta, ma dall’altra continuo a rimanere stupita e indignata. È assurdo che Mimmo Lucano si sia trovato in una situazione del genere. Non poter vivere nel proprio paese, dove è stato eletto democraticamente, mi sembra veramente incredibile. Tutti noi che lo conosciamo, sappiamo che non è un criminale, anzi al contrario. Questa è una pratica che non deve essere normalizzata. Sto parlando della “giudizializzazione” della politica, usare i tribunali per fermare i cambiamenti e le innovazioni democratiche. Cosa che peraltro non sta succedendo solo al sindaco di Riace, ma anche in altre parti del mondo. La stiamo vivendo in Catalogna, ma è successo anche a Lula, in Brasile. C’è uno schema che si ripete in tanti Paesi. E visto che un colpo di Stato oggi sarebbe inaccettabile, per andare contro i governi democratici si fa leva sui poteri economici e giudiziari. E questo non può essere né accettato né tantomeno normalizzato. È necessaria una critica democratica forte.
In che modo, quindi, questa critica può essere declinata e rimodellata?
Secondo me…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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