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La storia si dice sia maestra di vita. Lo sentiamo ripetere spesso. Il più delle volte da chi la storia la conosce poco. Ancora più frequentemente da chi tende a usarla come arsenale accusatorio o assolutorio, secondo necessità, come un enorme magazzino dal quale prendere a proprio piacimento l’articolo più conveniente, sottraendolo al proprio scaffale, decontestualizzandolo, per promuovere tesi altrimenti inverosimili, insostenibili o impopolari. Né in un caso né nell’altro la storia può insegnare qualcosa. Chi non la conosce, o la conosce poco, potrà cullarsi nell’illusione di essere un unicum, finendo però, quasi ogni volta, con lo scoprire l’acqua calda o col ritenersi vittima di un fato ineluttabile, qualunque cosa accada. 

Chi la usa a proprio piacimento, potrà cullarsi nella sensazione di aver introdotto o di voler introdurre cambiamenti epocali e, magari, potrà anche convincere le moltitudini sull’originalità del proprio disegno, ignorando però, anche a proprio svantaggio, i precedenti esiti di tentativi analoghi. La trasformazione della storia, da fonte di conoscenza e di orientamento per la vita, in uno strumento al servizio della politica, in una sorta di manganello retorico, da brandire per reclutare adepti e discriminare nemici, potrà agevolare l’annunciazione di un presunto “nuovo” con tutta l’enfasi possibile, ma non sarà di nessuna utilità per dare realtà a finzioni o a miti, o per rendere durevolmente positivo ciò che nasce dall’improvvisazione e da una mancata visione d’insieme. «Solo colui al quale una sofferenza presente opprime il petto, e che a ogni costo vuol gettar via il peso da sé, ha bisogno della storia critica, vale a dire di quella che giudica e condanna», sosteneva oltre un secolo fa Friedrich Nietzsche, cogliendo nell’uomo contemporaneo la tendenza a rifuggire dalle proprie responsabilità e a cercare riparo nel mito da una vita troppo complicata rispetto alle proprie capacità e alla propria volontà di comprenderla.

Accade così che il passato possa tornare, a volte con molti dei suoi difetti peggiori, rivestito di altri panni, di altre camicie, ma molto simile nella sostanza e nella sua pericolosità, trovando le moltitudini impreparate, come lo erano state la prima volta o, addirittura, le volte precedenti.

Ecco allora che una delle descrizioni più compiute e meticolose del contesto, delle dinamiche e dei con…

 

Il testo di Alessandro Portelli prosegue su Left in edicola dal 19 aprile 2019


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