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Accade che il passato possa tornare, a volte con molti dei suoi difetti peggiori. Magari con altre sembianze, ma molto simile nella sostanza e nella sua pericolosità. Trovando le moltitudini impreparate, come lo erano state la prima volta. Per questo è importante studiare la storia, a partire da quella degli “ultimi”. Come spiega Alessandro Portelli nel prologo di “Sotto la cenere” di Ugo Mancini, una raccolta di dodici vicende di ordinaria quotidianità, di incertezze e speranze, di delusioni e paure durante il Ventennio

La storia si dice sia maestra di vita. Lo sentiamo ripetere spesso. Il più delle volte da chi la storia la conosce poco. Ancora più frequentemente da chi tende a usarla come arsenale accusatorio o assolutorio, secondo necessità, come un enorme magazzino dal quale prendere a proprio piacimento l’articolo più conveniente, sottraendolo al proprio scaffale, decontestualizzandolo, per promuovere tesi altrimenti inverosimili, insostenibili o impopolari. Né in un caso né nell’altro la storia può insegnare qualcosa. Chi non la conosce, o la conosce poco, potrà cullarsi nell’illusione di essere un unicum, finendo però, quasi ogni volta, con lo scoprire l’acqua calda o col ritenersi vittima di un fato ineluttabile, qualunque cosa accada. 

Chi la usa a proprio piacimento, potrà cullarsi nella sensazione di aver introdotto o di voler introdurre cambiamenti epocali e, magari, potrà anche convincere le moltitudini sull’originalità del proprio disegno, ignorando però, anche a proprio svantaggio, i precedenti esiti di tentativi analoghi. La trasformazione della storia, da fonte di conoscenza e di orientamento per la vita, in uno strumento al servizio della politica, in una sorta di manganello retorico, da brandire per reclutare adepti e discriminare nemici, potrà agevolare l’annunciazione di un presunto “nuovo” con tutta l’enfasi possibile, ma non sarà di nessuna utilità per dare realtà a finzioni o a miti, o per rendere durevolmente positivo ciò che nasce dall’improvvisazione e da una mancata visione d’insieme. «Solo colui al quale una sofferenza presente opprime il petto, e che a ogni costo vuol gettar via il peso da sé, ha bisogno della storia critica, vale a dire di quella che giudica e condanna», sosteneva oltre un secolo fa Friedrich Nietzsche, cogliendo nell’uomo contemporaneo la tendenza a rifuggire dalle proprie responsabilità e a cercare riparo nel mito da una vita troppo complicata rispetto alle proprie capacità e alla propria volontà di comprenderla.

Accade così che il passato possa tornare, a volte con molti dei suoi difetti peggiori, rivestito di altri panni, di altre camicie, ma molto simile nella sostanza e nella sua pericolosità, trovando le moltitudini impreparate, come lo erano state la prima volta o, addirittura, le volte precedenti.

Ecco allora che una delle descrizioni più compiute e meticolose del contesto, delle dinamiche e dei con…

 

Il testo di Alessandro Portelli prosegue su Left in edicola dal 19 aprile 2019


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