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New York Times, Washington Post, The Guardian. L’immensa figuraccia del sindaco di Trieste, della giunta leghista che guida il Friuli Venezia Giulia, degli organizzatori tutti delle giornate di maratona del “Trieste Running Festival”, è rimbalzata in tutto il pianeta anche su le testate sopra elencate, procurando danni e sberleffo. Una storia grottesca il cui il razzismo, l’ignoranza e l’incompetenza hanno realizzato un combinato disposto degno di una farsa recitata malissimo. Ricapitoliamo in breve: gli organizzatori, fra questi la Generali assicurazioni e il comune giuliano, in vista delle ormai tradizionali giornate di corsa popolare, dal 2 al 5 maggio che culminano, l’ultimo giorno con la mezza maratona avevano comunicato, per bocca di Fabio Carini, patron della manifestazione e Presidente dell’Asd Miramar, l’esclusione degli atleti africani dalla gara. Le motivazioni? Gli africani vengono sfruttati da manager che incamerano i loro ingaggi quindi meglio escluderli per salvaguardarli. Il tutto sotto gli occhi della Iaaf, della Fidal e del Coni, il cui presidente regionale, Giorgio Brandolin è stato anche parlamentare, eletto come indipendente, per il Pd. La vicenda ha portato ad una sollevazione pressoché unanime da parte del mondo politico, con gli opportuni distinguo e soprattutto a una diffusa protesta nei social. C’è stato chi ha invitato al boicottaggio della manifestazione, chi ha proposto agli atleti di correre con una mano guantata di nero (Olimpiadi di Città del Messico 1968), chi ha domandato alle associazioni sportive di ritirare il sostegno, chi ha utilizzato le armi dell’ironia amara con frasi come “benvenuti nel 1938”. Dopo il danno è stato un continuo arrampicarsi sugli specchi degli organizzatori. Un turbinio di affermazioni in cui sembra di intravvedere lo zampino di Ionesco. «Non è vero che vietiamo agli “africani” di gareggiare. Possono farlo se vogliono ma non li ingaggiamo per non farli sfruttare». Oppure: «Non ingaggiamo solo quelli che non hanno cittadinanza europea». Fino alla genialata: «Non avete capito…era una provocazione per denunciare lo sfruttamento degli africani».

Quanta bontà mai prevista, chissà se è la stessa riservata ai tanti lavoratori in agricoltura, nel terziario, nel turismo, nel lavoro di cura, presi al nero e pagati un’inezia. Ora la vicenda si è risolta. Gli organizzatori sono tornati sui loro passi e gli atleti di tutto il mondo possono essere ingaggiati ma alcune domande sono d’obbligo. Intanto, invece di attuare il proibizionismo perché non vigilare seriamente sugli agenti di ogni atleta e verificare le modalità di pagamento della partecipazione? Sono solo gli “africani” ad essere sfruttati? E poi, come è possibile che dopo una gaffe del genere, coloro che hanno provato ad imporre la prima maratona dell’apartheid restino ancora al proprio posto? La stessa “provocazione” che fortunatamente verrà portata come interrogazione in parlamento, non è da considerare come discriminazione bella e buona che andrebbe in quanto tale sancita anche penalmente? Sembra che la Fidal abbia aperto un fascicolo ma si tratta solo di giustizia sportiva? Ma ci sono altri elementi che meriterebbero una riflessione maggiore. Intanto il contesto. In Friuli Venezia Giulia, tanti anni fa si era prodotta una delle migliori leggi regionali sull’immigrazione che è stata abrogata con l’arrivo della prima giunta leghista. In molte città e comuni spira un vento xenofobo che fa paura, si pensi solo alla cacciata, ancora non risolta, per esubero, dei bambini stranieri nelle scuole materne a Monfalcone o al tentativo di riaprire un Centro permanente per i rimpatri (Cpr) a Gradisca D’Isonzo, alla repressione contro le associazioni antirazziste. In simile tessuto anche lo sport ed in particolar modo l’atletica che ormai sopravvive solo grazie ai talenti di seconda generazione o che attendono la cittadinanza, risentono del clima di esclusione. Sono molti, non solo in Friuli, i casi che lo dimostrano.

Si respira poi il rigurgito di una grande falsità (oggi diremmo di matrice “suprematista”), ovvero il fatto che l’Europa esista in quanto “bianca e cristiana”, altro che lotta allo sfruttamento. E quale migliore occasione che quella di veder correre, in una delle “terre irredente”, giovani ariani di italica stirpe in grado di riportare in alto il valore di un’Europa che non esiste più? Si perché alla fin fine ha pesato nell’avanzare una proposta tanto sgangherata anche il sogno di rivedere un giovane dalla pelle bianchissima in gare ormai predominio di chi giunge da alcuni paesi africani. Peccato che il paese bianco e cristiano per fortuna non esiste più e in fondo non è mai esistito anche se si fa ancora fatica ad accettare che esistano in Italia milioni di uomini e donne con il colore della pelle leggermente diverso da quello dei legislatori. Colore della pelle e soldi insomma, perché poi i premi riservati ai vincitori, almeno sarebbero restati in casa. Ora ci diranno che esageriamo, che gli organizzatori non sono stati compresi, che lo sport accoglie tutti, che nessuno ha parlato di colore della pelle, che si stanno sfruttando incidenti e fraintendimenti per fini politici. Ma è difficile crederci, il tentativo è andato a vuoto anche grazie ad una spontanea mobilitazione e al fatto che esistono ancora forti anticorpi e questa è una buona notizia. Ma bisogna vigilare, ci saranno altri tentativi di questo tipo.

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