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L’informazione quotidiana chiede per definizione di stare sul pezzo, quella sul web richiede di essere aggiornata al minuto, ma per elaborare qualche pensiero meno ovvio, frettoloso o retorico che si sottragga alla ridondanza alluvionale della funzione autoreferenziale della comunicazione mediatica, è necessaria – anche se minima – una presa di distanza. Alcune sere or sono, anch’io, come milioni di persone in tutto il mondo, ho guardato le immagini della cattedrale di Notre Dame di Parigi in preda alle fiamme che divoravano la parte più fragile della sua ardita maestà, quella lignea. Le immagini del rogo trasmesse dai media impressionavano. La caduta della guglia, documentata in diretta, è stata proposta e letta da tutti come un culmine drammatico. Le dichiarazioni di speaker e di autorità, tuttavia, mi sono apparse da subito scontate e retoricamente moleste. Fortunatamente un provvidenziale e lucido intervento del professor Vittorio Sgarbi ha ricondotto l’infausto evento alle sue proporzioni reali come le immagini del dopo incendio hanno mostrato con chiarezza. Notre Dame è un simbolo della cristianità, non la cristianità tour court. È uno dei luoghi della cultura mondiale, certo, ma ultimamente è anche diventato meta del pellegrinaggio turistico di massa soprattutto grazie a musical, film, cartoni animati. Da questo punto di vista l’immagine più felice, fra le tante circolate, è quella del disegno del gobbo Quasimodo che abbraccia il corpo della cattedrale.
Ora, assumiamo per assurdo la convinzione che il profluvio di retorica e lo spreco di iperboli siano sinceri, autentici: affermiamo quindi che Notre Dame è la Francia e che, in quanto europei siamo tutti anche parigini, francesi. La Francia significa i Droits de l’homme, i principi istitutivi delle nostre democrazie. Esageriamo, sentiamo con inquietudine che in quel rogo nel cuore della Ville Lumière vanno distrutti certi valori che ritenevamo indistruttibili? Ecco Notre Dame diventa Notre Drâme come immediatamente ha titolato con acuto intuito il giornale Libération. E qual è il nostro dramma a cui quell’incendio sembra “misticamente” alludere? Il nostro dramma è che stiamo per vedere andare letteralmente in fumo il senso di ciò che siamo come comunità sovranazionale fondata su diritti universali e di cui la prima grande lezione francese è stata l’innesco poderoso.
Molti sono i segnali di questo disfarsi del senso universale che fa del consorzio umano una sola umanità, primo fra tutti il tanto strombazzato patrimonio della spiritualità giudaico-cristiana. Ne voglio segnalare uno che mostra il declinare della cosiddetta civiltà occidentale nella barbarie della palude del cinismo economico finanziario e della realpolitik. In questo momento settemila curdi stanno digiunando per ottenere il rispetto dei diritti umani per Abdullah Ōcalan, leader politico, pensatore e rappresentante del popolo curdo. Öcalan, sta subendo nelle carceri turche una detenzione disumana nel totale disprezzo dei diritti umani. Alcuni di coloro che digiunano rischiano già la morte. L’intero popolo curdo subisce da decenni massacri, stermini coi gas, assassinii di massa con le armi chimiche. La sua titolarità e la sua dignità nazionale e di popolo vengono negate. Da ultimo i curdi, donne e uomini, hanno combattuto contro l’Isis e cosa fa l’Occidente, il sedicente paladino della lotta al terrorismo? Nulla, non si sforza neppure di informare su un digiuno collettivo per chiedere giustizia, una giustizia negata da sempre. Lo spazio dell’informazione è occupato a raccontare una “catastrofe” rimediabile o a rimbalzare i tweet del politicante che le spara più grosse per la vasta platea di fessi che sono pronti a credergli.
Eccolo il Notre Drâme. Non siamo una civiltà, siamo una deriva di significati e di simulacri virtuali in cui galleggiano senza alcuna priorità, pseudo memorie, retoriche, ipocrisie, discorsi senza capo né coda, panzane. In questa deriva si estingue il valore dell’essere umano.

L’articolo di Moni Ovadia è tratto da Left in edicola dal 3 maggio 2019


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