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All’esposizione biennale di sistemi militari (Idex) che si è tenuta ad Abu Dhabi lo scorso febbraio l’Italia era presente con trentuno aziende. Oltre ai grandi gruppi come Leonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri e alle case produttrici di bombe (Simmel Difesa), di armi leggere (Beretta, Benelli, Tanfoglio, Fiocchi) e di equipaggiamenti da difesa (v. Left del 15 febbraio), nella capitale emiratina c’era anche il sottosegretario alla Difesa pentastellato Angelo Tofalo che definiva l’esposizione in toni entusiastici come «un’occasione da sfruttare per affermare il made in Italy nel mercato globale».
Eppure il premier Conte aveva detto lo scorso dicembre che il suo governo non avrebbe guardato «con favore alla vendita di armi». Allora il presidente del Consiglio si spinse addirittura oltre aprendo alla possibilità di porre fine alla vendita di armamenti all’Arabia Saudita per via dei bombardamenti di Riyadh in Yemen e, soprattutto, per l’uccisione del giornalista dissidente Khashoggi ad opera, secondo la Cia, di uomini vicini al principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. Una posizione “pacifista” ripresa dal senatore dei Cinque stelle Gianluca Ferrara che sul suo blog su Il Fatto quotidiano annunciava a marzo di aver depositato a metà febbraio un disegno di legge che si propone di potenziare la legge 185/90 che disciplina il commercio delle armi. Belle intenzioni, ma che al momento restano tali. Uno dei miti che i nostri governi hanno riproposto come mantra negli anni è quello secondo cui «gli italiani sono un popolo di pace», in definitiva «brava gente». Peccato che la realtà sia completamente diversa: secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), infatti, l’Italia si piazza al nono posto tra i maggiori esportatori mondiali di strumenti e veicoli bellici. Lo studio del Sipri sottolinea come il nostro Paese…

L’inchiesta di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola dal 3 maggio 2019


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