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C’è una domanda che rimbalza insistente da un’ambasciata all’altra, nei quartieri centrali di Niamey, la capitale del Niger, con varianti minime: «Per quanto tempo il Niger resterà ancora in piedi?». A chiederselo, tra i tanti, è un diplomatico europeo, neo-arrivato in un Paese fino a pochi anni fa ai margini della geopolitica internazionale. Il dispiegamento di mezzi corazzati e i cordoni militari che accompagnano ogni movimento del presidente Mahamadou Issoufou, al di fuori del sorvegliatissimo palazzo presidenziale, danno consistenza all’interrogativo. Duecentocinquanta chilometri a nord di questa città in movimento, il Mali ha appena festeggiato i sette anni dall’inizio di un conflitto brutale, che si è esteso in tempi rapidissimi a gran parte del Burkina Faso, a soli cento chilometri di distanza da Niamey. Un mix di movimenti jihadisti, milizie comunitarie, operazioni Onu e antiterrorismo guidate da Francia e Stati Uniti. Cresciute nei Paesi vicini, dall’inizio del 2017 le violenze hanno contagiato la regione nigerina di Tillabéri, che circonda Niamey e confina con Mali e Burkina Faso, arrivando a colpire fino a 40 chilometri dalla capitale. Forze di sicurezza, scuole e leader religiosi sono finiti nel mirino di milizie jihadiste e gruppi criminali, mentre dalla primavera dello scorso anno, un ciclo di rappresaglie a base comunitaria ha lasciato sul terreno centinaia di civili. Dinamiche simili a quelle della strage di Ogossagou, nel centro del Mali, in cui il 23 marzo oltre 170 cittadini di etnia fula sono stati uccisi in poche ore, come a quella di Arbinda, in Burkina Faso, in cui 62 civili sono morti a inizio aprile, vittime di conflitti tra comunità, sottovalutati dagli Stati e strumentalizzati dai gruppi armati. Secondo i ricercatori di Acled (Armed conflict location and event data project), le violenze in otto Paesi del Sahel hanno provocato 2.151 morti tra novembre 2018 e marzo 2019. Nello stesso periodo, gli attacchi contro civili in Niger sono cresciuti del 500 per cento rispetto all’anno precedente.
«Le minacce al Niger e a tutta la regione sono iniziate nel 2011, quando siamo saliti al governo», spiega Marou Amadou, ministro della Giustizia, nel suo ufficio, a pochi metri dal quartiere generale di Eucap Sahel Niger, la più grande missione europea di sicurezza civile nel Sahel. Ex attivista più volte incarcerato – prima di diventare ministro nei due governi consecutivi di Mahamadou Issoufou -, Amadou spiega che…

 

Il reportage di Giacomo Zandonini con foto di Grancesco Bellina prosegue su Left in edicola dal 3 maggio 2019


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