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Le donne, eterno numero due. Le femministe di più. In Spagna la campagna elettorale per le europee è ancora sotto gli effetti delle elezioni politiche svolte recentemente.
È vero, dobbiamo essere soddisfatte del risultato delle ultime elezioni generali perché le donne occuperanno, nel nuovo parlamento, il 47,4% dei seggi, superando così la quota minima fissata, solo al 40%, per soddisfare la (quasi) parità di genere, ma è anche vero che il tutto avviene sotto l’approvazione di soggetti politici la cui leadership è monosessuata maschile.
Se ne sono accorti anche quegli apparati elettronici che incorporano un assistente virtuale. Alexa è una “assistente personale intelligente” sviluppata dalla azienda statunitense Amazon.
Questo altoparlante, in vista delle elezioni politiche spagnole, è stato programmato per sostenere una conversazione e interagire sulle proposte dei diversi partiti e sulle previsioni elettorali. Ma ci deve avere messo le mani qualche programmatrice femminista. Chiedendo su chi potrebbe essere il prossimo presidente del governo rispondeva con tono sicuro: «Non credo di sbagliare di molto se dico che sarà un uomo. Mi sarebbe piaciuto vedere almeno una donna come candidata».
Se ne deve essere sicuramente accorta la donna che lucidava il pavimento dello studio televisivo in occasione di una pausa durante il dibattito tra i quattro candidati al governo spagnolo, la foto ha fatto il giro della rete. I protagonisti sono loro, tutti maschi, e parlano di donne. Mettono in tavola argomenti che qualche anno fa non sarebbero mai stati citati in un dibattito elettorale: consenso nei rapporti sessuali, gravidanza surrogata, patto di stato contro la violenza di genere, ce n’è per tutte.
È positivo quando un politico si occupa delle questioni femminili o di genere o chiamiamole come ci pare, ma nominiamole. È un successo dei movimenti femministi quando un segretario di partito difende le proposte che le femministe hanno obbligato a inserire nell’agenda politica. Ma c’è il rischio che quelle proposte vengano considerate in modo paternalistico o che gli uomini interpretino le richieste dalla loro posizione di parte, non da quella delle donne, fino a distorcerle.
Infatti c’è una certa contraddizione nella vita sociale e politica spagnola in merito alle conquiste femministe. Da un lato, ci sono leggi molto avanzate e progressiste, ma, dall’altra parte, la vera uguaglianza raggiunta è inferiore a quella richiesta e a quella a cui dovrebbe corrispondere uno sviluppo legislativo egualitario.

Le 166 deputate del nuovo parlamento piazzano la Spagna alla testa degli altri parlamenti europei per la presenza di donne, prima di Svezia, Finlandia, Norvegia, Francia, Belgio o Danimarca. Questo vuole dire che molte donne spagnole sono andate alle urne con un pensiero femminista, con la consapevolezza che le iniziative femministe dell’ 8 marzo, le tantissime proteste, siano servite affinché il voto potesse essere davvero utile. Ma questo non basta, ora questo femminismo deve essere rappresentato e non con posti di vice presidente, vice segretario o vice qualsiasi cosa basta che sia una donna e sia al secondo posto.
Sembra sempre femminismo, sì, ma non troppo. Infatti dei 32 partiti spagnoli che partecipano alle elezioni europee del 26 maggio, solo 10 donne sono capolista. Insieme, rappresentano meno di un terzo del totale, ben 22 sono gli uomini che guidano le coalizioni favorite per ottenere seggi al parlamento europeo. Alla testa di lista del partito Unidas Podemos Cambiar Europa c’è una donna, Maria Eugenia Rodriguez, solo per la rinuncia del titolare vincitore delle primarie. Ma la difesa dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere è una delle questioni che riceverà il maggior numero di voti nelle elezioni europee. L’ultima legislatura aveva sei commissarie europee (6 donne) che controllavano le aree strategiche, ma le femministe sanno che c’è ancora molta strada da fare. Lì dove molti trovano un motivo di celebrazione o una sensazione di aver raggiunto l’eguaglianza, o almeno un parlamento con tante donne, bisogna ricordare che non è ancora sufficiente. Ci sono ancora donne che pensano ad un tipo di società basata su relazioni gerarchiche, famiglie tradizionali o soggette a vincoli religiosi e patriarcali, la biologia c’entra poco. C’entra l’idea del maschile come universale su cui organizzare la società. Proprio quello che le femministe spagnole vogliono scardinare, anche in Europa.

Sul voto delle donne in Spagna vedi anche qui e qui 

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