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Non c’è che dire la Reggia di Caserta non ha pace. Sembra di trovarsi davanti ad un caso di macumba. Dopo gli anni della molto discussa gestione di Mauro Felicori e un lungo interim, finalmente nei giorni scorsi era stato tirato fuori, dalla terna finale del concorso internazionale, il nome della nuova direttrice, l’architetto Tiziana Maffei. Tutto risolto? Assolutamente no perché, in realtà, è stato presentato un ricorso da un dirigente dello stesso ministero, il dottor Antonio Tarasco, che in prima sessione aveva ottenuto il punteggio più alto fra tutti i 77 partecipanti al concorso e quindi aveva il diritto di accedere alla terna finale per la valutazione conclusiva.

Così è descritto l’accaduto: «Il mancato inserimento del candidato Tarasco all’interno delle terne da proporre al Ministro – sottolineano poi i legali – ed in particolare per quanto concerne la terna per la Reggia di Caserta, appare evidentemente il frutto di un errore di calcolo della stessa Commissione esaminatrice. Diversamente, si tratterebbe di una deliberata ed ingiustificata esclusione» (https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/05/26/news/reggia_caserta_primo_ricorso_bando_direttori_escluso_candidato_con_maggior_punteggio-227194345/?fbclid=IwAR3yjI-zodawYMV__XSN5YwN-J1Fzeyq4cudCyILxGi_ialaQvqIEdH06jg ).
La magistratura chiarirà la questione. Quello che colpisce in modo drammatico in tutta questa vicenda non è però il presunto errore di calcolo ma sono i titoli del candidato estromesso. La stessa fonte ci informa che «Antonio Tarasco, dirigente di seconda fascia della Direzione generale musei, è autore di un libro che espone una idea moderna e innovativa di gestione dei beni culturali, ed ha conseguito l’abilitazione da professore ordinario di diritto amministrativo».
Quindi, riassumendo, un sito monumentale importante a livello mondiale come la Reggia casertana può essere diretto anche da un professore di diritto amministrativo. Poco sembra contare che un candidato conosca la storia dell’architettura o dell’arte, poco conta che sappia disegnare o meno, o che sappia dove sia di casa una prospettiva o, meglio ancora, che conosca la vita e le opere del Vanvitelli che quell’edificio progettò. Ci chiediamo se valga intanto il principio di reciprocità, se ciò a tenere lezioni di diritto amministrativo possa essere messo anche un docente di storia dell’architettura o peggio ancora uno di restauro dei monumenti. Evidentemente no. E tutto questo, in generale, a completamento di una sorta di diffuso marasma generale fondato su una preparazione dei dirigenti sempre più approssimativa e vaga, lo chiamano olismo. Sullo sfondo di questa ennesima vicenda a tratti tragicomica si staglia quell’immane carrozzone che è l’ultima creazione dalle forme dell’evo franceschiniano, ovvero la Scuola del Patrimonio, ennesima occasione persa, è vero, ma chicchissima perché riccamente ornata con altissimi dirigenti ministeriali in pensione come docenti. Forse quell’istituto, diversamente strutturato, dovrebbe essere usato, invece, per preparare proprio quei dirigenti, anche ministeriali, da mandare a curare i grandi musei oppure i complessi storici come la Reggia di Caserta. Della scuola dovremo tornare a parlarne ovviamente.

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