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«Dio è con noi» dicevano i crociati che saccheggiavano le terre degli “infedeli”, violentando e uccidendo. Gott mit uns, era il motto degli antichi cavalieri teutonici e dei re di Prussia; motto che fu adottato dalle truppe della Wermacht durante il nazismo. In “nome di dio” hanno fatto stragi i terroristi dell’Isis e i vari mass murderers suprematisti cristiani. Anche Bush andò alla guerra in Iraq leggendo la Bibbia. Ogni volta che la vittoria di un politico viene attribuita all’aiuto divino, sparisce l’umano. E gli effetti sono sempre dei più agghiaccianti. La storia insegna.

Qualcuno dice che quello di Salvini sia solo un furbo ammiccare a simboli che sarebbero “tradizionali”, per far presa su una certa parte del Paese meno istruita e attrezzata. Ma è davvero difficile pensare che sia innocuo e normale presentarsi alla conferenza stampa del dopo elezioni di uno Stato laico e moderno baciando il rosario, vaneggiando di radici cristiane dell’Europa, parlando di diritto a fare figli, di diritto alla vita. Dal concepimento, ministro Salvini? Come imporrebbe santa madre Chiesa che accusa di omicidio le donne che decidono di interrompere una gravidanza. E come è tornato a ribadire papa Francesco che, dopo aver dato dei sicari ai ginecologi non obiettori, il 24 maggio è entrato a gamba tesa su questioni medico scientifiche che riguardano la salute delle donne e dei nascituri, arrivando a dire stop all’amniocentesi.

Che Salvini stia con quella parte della gerarchia ecclesiastica che attacca il papa, poco conta, la dottrina è la medesima, profondamente misogina, volta a riportare le donne in casa riconoscendole solo come madri e ancelle del focolare. Il riferimento più diretto di Salvini, come è noto, è l’oppressiva e oscurantista ideologia propagandata dal recente congresso delle famiglie di Verona. Emulo della destra più autoritaria e confessionale, da Bannon a Orban, Salvini sta cercando di fare dell’Italia uno Stato teocratico. Ad imporre le radici giudaico cristiane per legge ci aveva già provato Cota nel 2009. Ma allora la Lega non era in posizione di forza al governo. Con un Salvini auto nominato premier in pectore, che dopo aver fagocitato i voti dei M5s, si appresta a dettare l’agenda politica imponendo decreto sicurezza bis, autonomia differenziata, Tav, sblocca cantieri, revisione dell’abuso d’ufficio, flat tax allargata. Come se non bastassero gli effetti disastrosi che ha prodotto il governo giallonero fin qui. Avevano promesso di abolire la povertà e hanno prodotto solo misure assistenziali condizionate, a cui in tanti hanno rinunciato anche perché le cifre risultavano (come previsto anche da noi) irrisorie. Hanno promesso più sicurezza e hanno incrementato la vendita delle armi per chi vuole farsi giustizia da sé.

Il fallimento sociale del governo è sotto gli occhi di tutti. Sul piede di guerra sono anche i pensionati che nei prossimi giorni scendono in piazza denunciando di essere stati scippati. Ma anche il fallimento sul piano economico è alle porte, lo vedremo squadernato con la legge di bilancio. Intanto dall’Europa arriva la lettera che sanziona l’Italia per il debito. Ma per riprendere il filo del discorso che avevamo avviato, va denunciato anche l’attacco messo in atto dai gialloneri alla libertà di dissenso (persino censurando e rimuovendo striscioni) all’informazione (tagli e intimidazioni alle voci fuori dal coro), alla libertà di insegnamento (vedi per esempio il caso della docente sospesa perché i suoi allievi avevano accostato il decreto sicurezza alle leggi razziali), alla laicità dello Stato e ai diritti delle donne e dei bambini, minacciati da ministri come Fontana e da senatori come Pillon in nome della tutela della famiglia cosiddetta naturale, del capofamiglia e della difesa della razza italica. Dal ddl Pillon fino alle schede elettorali in cui le donne sposate figurano con il cognome del marito accanto al proprio. Salvini e i suoi vorrebbero fare dell’Italia un Paese arretrato, provinciale, isolato, destrorso. Giorgia Meloni con i suoi Fratelli d’Italia ha già pronto l’olio di ricino?

Mentre in Europa potrebbe presto insediarsi una maggioranza allargata di socialisti popolari, liberali e verdi (ai quali va il voto soprattutto dei più giovani del Nord Europa), secondo Salvini noi dovremmo fare la fine dell’Ungheria di Orban, Paese senza libertà di stampa, che alza fini spinati contro i migranti e impone leggi da schiavitù ai lavoratori. La lega che ha votato il trattato di Maastricht e perfino il pareggio di bilancio in Costituzione ora dice di voler andare in Europa a ri-contrattare vincoli e trattati. Dov’era l’eurodeputato Salvini quando veniva discussa la riforma del Trattato di Dublino? Circola ancora un video in cui da colleghi di altre nazionalità, in Aula, viene appellato come fannullone e assenteista. In Europa Salvini non avrà tappeti rossi ad attenderlo. Anzi è ancora alla ricerca di una casa comune sovranista, dopo che il bureau del Consiglio d’Europa, responsabile di tutelare la democrazia e i diritti umani, poco prima delle elezioni europee ha respinto la formazione di un unico gruppo dei partiti sovranisti. Ma la narrazione salviniana sembra ancora fare presa su quella pancia del Paese alla ricerca l’uomo forte, che si illude che il Capitano anteponga a tutto gli interessi degli italiani poveri, non volendone vedere l’anima neoliberista di difensore degli interessi dei ricchi (basta pensare alla flat tax).

Sarà anche un compito nostro cercare di far aprire loro gli occhi, così come ci impegneremo per mobilitare quella parte ampia dell’elettorato che non è andata a votare (ben il 46%). Dobbiamo lavorare per costruire un’opposizione di massa. Non tanto e non solo per fermare l’avanzata sovranista che in Europa non c’è stata. Ma per smontare la narrazione pallonara di chi, dopo il voto delle europee, pretende di balcanizzare il Parlamento, cancellando le regole democratiche.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 31 maggio 2019


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