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Nel suo libro “Se Venezia muore” Salvatore Settis lanciava l’allarme sul futuro del capoluogo veneto e non solo. Ridotta a scenografia per navi grattacielo, spopolata, la Serenissima rischia di diventare una sorta di Disneyland diceva già nel 2014 l’archeologo e storico dell’arte. Vi riproponiamo questa intervista realizzata da Simona Maggiorelli

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Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il libro di Salvatore Settis, Se Venezia muore.

Nel volume edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’Arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la Laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Con i suoi palazzi storici che concorrono, ciascuno con un proprio timbro, alla composizione armonica della città sull’acqua, «Venezia offre l’esempio supremo di una transizione dall’ordine della natura a quello della cultura» scrive Settis. Qui più che altrove le tipologie architettoniche, le sequenze dei quartieri, le tecniche di muratura, i materiali, le membrature lasciano trasparire in filigrana il vissuto, le tensioni, i conflitti di chi l’ha abitata e modificata nei secoli. «Per sparse sopravvivenze» la città visibile racconta la storia della «città invisibile» fatta di relazioni umane.

All’occhio attento Venezia si fa leggere «come un palinsesto» lasciando intravedere una forma latente e più profonda. Che inavvertitamente, potremmo dire, concorre a creare la speciale atmosfera e lo spirito cosmopolita e malinconico che aleggia per le calli. «Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano», scrive Orhan Pamuk in Istanbul. Tornano in mente queste parole del premio Nobel turco leggendo Se Venezia muore.

«Nel parlare di città invisibile la mia ispirazione diretta è Calvino e il suo personaggio di Marco Polo» commenta Settis. «Ma Pamuk è un autore che amo molto. In Istanbul c’è il suo continuo girare intorno alla città e alla sua infanzia. Mentre il museo privato che ha costruito più di recente racconta un amore per una donna che è anche amore per Istanbul. La dimensione più importante di ogni discorso sulle città non è quella urbanistica né quella speculativa o dei piani casa dei vari governi, ma riguarda l’anima della città: l’anima siamo noi che l’abitiamo».

La città vive di relazioni umane, di spazi pubblici abitati, altrimenti rischia di scadere a scenografia inerte. Il centro di Venezia, come quello di Firenze, perde abitanti ed è sempre più ostaggio di un turismo mordi e fuggi. Come far capire ai politici che è un assassinio?

Di fronte alla politica ufficiale dei partiti ci sono già moltissimi movimenti di cittadini che si oppongono e contrastano tutto questo. Ma oltre alla lotta perché non si facciano più cene sul ponte Vecchio a Firenze, perché non si svendano i nostri centri storici, occorre una riflessione sui grandi principi: bisogna ricordarsi che cosa è la città e che sono gli esseri umani ad animarla. La città storica si pone come un luogo di dialogo, di discorso, uno spazio di creatività, di democrazia. In cui i cittadini sono attivi, non sono solo servitori di stuoli di turisti. Beninteso, va benissimo che ci sia chi tiene alberghi, chi fa cucina, ma non può essere solo questo. Le città devono ritrovare la loro “anima”. Venezia perde mille abitanti l’anno. Si svuota, in particolare, di chi ha pochi soldi. Sta diventando una sorta di paradiso artificiale per ricchi, una città che non esiste, una Disneyland. Questo è esattamente il contrario di ogni meccanismo di eguaglianza, di democrazia, di cui oggi invece avremmo bisogno.

Se non si danno strumenti di conoscenza, ma al contrario impacchettiamo pubblicitariamente Venezia, dando libero accesso alle grandi navi, non rischiamo di azzerarne la storia e di offrirne agli stessi turisti un’immagine appiattita, quasi fosse un clone di se stessa?

La ragione per cui Venezia si presta ad essere il simbolo delle città storiche è che, oltre ad essere straordinariamente bella, il suo tessuto urbano vive in simbiosi con la natura e in particolare con la Laguna. Il che, mutatis mutandis, è vero anche per altre città. In genere il limite della città è la campagna ma oggi è ridotta a un ritaglio fra un’autostrada e un’altra. A Venezia invece la presenza della Laguna è molto forte. Ma queste gigantesche navi sfilano portando decine di migliaia di persone al giorno, che guardano Venezia dall’alto stando in mutande. A volte non si degnano nemmeno di scendere. Questa intrusione di grattacieli immobili, distrugge il rapporto con la natura. È un problema non solo estetico, ma anche di natura etica,comportamentale, sanitaria, perché è chiaro che queste navi inquinano pesantemente. Le autorità comunali, regionali e nazionali fanno finta di non vedere ma lo sanno tutti.

Oltre alle «navi grattacielo», c’è stato anche chi ha avanzato il progetto folle di costruire un cordone di grattacieli a margine della città per proteggerla dall’acqua alta. Il postmoderno in architettura rischia di fare danni irreparabili?

Questo «grattacielismo» – l’espressione è di Vittorio Gregotti – affligge l’architettura contemporanea. È un figlio diretto della speculazione finanziaria. Edificare in altezza non conviene a chi ci va a vivere o a lavorare. Chi potendo scegliere andrebbe al centesimo piano, chiuso in un loculo e non in una casa con giardino? Il grattacielismo di moda nei più ricchi fra i Paesi del Golfo Persico, ad Abu Dhabi e Dubai, in Italia non ha mai preso piede ma ora lo si cerca di lanciare: i grattacieli di Milano spuntati per l’Expo ne sono un esempio. Pensavamo che i grattacieli a Venezia fossero solo un delirio di Pierre Cardin, ma è uscita quest’idea di uno studio belga di fare una corona di grattacieli. Può essere considerata una provocazione, uno scherzo, non è un progetto commissionato davvero, ma racconta questa difficoltà a pensare l’architettura contemporanea se non passando attraverso la forma del grattacielo. Qui sarebbe passiva imitazione, una scopiazzatura.

Riallacciandosi a Rem Kolhaas, tra l’altro direttore della Biennale 2014, lei racconta la storia dei grattacieli di Manhattan. A New York, come a Dubai o ad Honk Kong, il grattacielo era forse l’unica forma proponibile, ma che senso avrebbe nel nostro contesto?

La forma del grattacielo, così come è nata storicamente alla fine dell’800 ai primi del ’900 in città come Chicago o New York, veniva da un certo orizzonte culturale . È veramente sorprendente che città come Milano o Torino si vogliano allineare a questa moda con cento anni di ritardo, per giunta presentandola come se fosse una novità. E qui si notano contraddizioni anche di un architetto come Renzo Piano che da un lato dice «rammendiamo le periferie», dando una parola d’ordine bellissima, dall’altra costruisce un grattacielo nel centro di Torino. Se si limitasse a curare le periferie senza fare grattacieli sarebbe più credibile.

Citando Plutarco lei ricorda che una città è come un organismo vivente. Ed è soggetta al passare del tempo. Ma non tutto ciò che appartiene al passato deve essere conservato tale e quale. Da parte dei politici al governo va di moda accusare i soprintendenti di essere dei talebani della conservazione, ma la tutela non è, di per sé, necessariamente dinamica?

La tutela è sempre qualcosa di dinamico. Non solo i soprintendenti ma anche persone come me vengono accusate di essere talebani della conservazione. C’è questa specie di leggenda nera per cui chi dice dobbiamo proteggere le nostre città e il nostro patrimonio viene scambiato per uno che vuole ibernarli. Ma la realtà non si può ibernare, gli alberi crescono, nascono, muoiono, lo stesso paesaggio è in continuo mutamento, la natura e l’essere umano hanno a che fare con il cambiamento. Certo in questo caso deve essere negoziato in base al codice genetici di una determinata città, di un determinato paesaggio. E poi ci sono le leggi e il rispetto della legalità che dovrebbero portare verso la tutela.

Lo Sblocca Italia, di cui lei ha scritto anche nel libro Rottama Italia (L’Altreconomia) porterà nuove colate di cemento? Come si muove il governo?

La politica si sta muovendo come al tempo in cui il presidente del Consiglio si chiamava Berlusconi. Da questo punto di vista il cambiamento di cognome del premier e del nome del partito di maggioranza relativa non ha portato nessun cambiamento. Qui si vede che con il patto del Nazareno Berlusconi porta dei voti a Renzi, chiedendo delle cose in cambio. Nello Sblocca Italia ci sono delle norme contro cui il Pd protestava vivacemente quando le proponeva il centrodestra, ora le ha fatte proprie.

 

L’intervista a Salvatore Settis è stata pubblicata su Left del 15 novembre 2014

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