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«Io l’odio l’ho visto. Non ne ho solo sentito parlare. E per odio non intendo quella cosa che si scatena tra condomini quando scoppia una disputa per una lampadina. Io ho visto l’odio messo in pratica. Ne sono stata vittima in prima persona. Ho visto quando dalle parole si passa ai fatti. Ed è uno stacco minimo. Quando si dà il passaporto alla parola lo si dà anche al fatto». Siamo con Liliana Segre, la senatrice a vita Liliana Segre sopravvissuta ad Auschwitz, tra gli ultimi testimoni della Shoah italiana e delle conseguenze provocate dalle leggi razziali di Mussolini.

La incontriamo al termine della visita degli studenti della IIE Informatica dell’Istituto Vittorio Emanuele III di Palermo, che, insieme alla scienziata Elena Cattaneo, anche lei senatrice a vita, Liliana Segre ha invitato al Senato con la loro insegnante di storia e italiano, Rosa Maria Dell’Aria, punita con una sospensione dal ministero per – a dire di zelanti ispettori – non aver vigilato su un video dei suoi ragazzi, in cui un fotogramma accosta le leggi razziali fasciste al decreto sicurezza e immigrazione di Salvini. «Ho voluto conoscerli uno per uno» racconta sorridendo mentre ci sediamo per l’intervista nella sala Zuccari di palazzo Giustiniani poco dopo che i ragazzi sono corsi via per riprendere l’aereo per Palermo.

«Con il loro meraviglioso lavoro hanno colto una questione cruciale: l’indifferenza. È un loro diritto e devono sempre avere il diritto di esprimere un giudizio, siamo in un Paese con un governo democraticamente eletto. E loro denunciano l’indifferenza, perché ne sono preoccupati. Come me. Quando in televisione passa la notizia di un barcone cappottato, io sento dire: basta con questa roba. È la stessa cosa che accadeva dopo la fine della guerra: basta con questi ebrei e…

L’intervista di Federico Tulli a Liliana Segre prosegue su Left in edicola dal 7 giugno 2019


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