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Sebbene i reati di natura violenta siano in calo da qualche anno, l’attenzione dell’elettorato sembra dominata dal tema della sicurezza in una larga fetta di Europa. In Italia dalle ultime rilevazioni Istat emerge che il 33,9% dei cittadini ritiene di vivere in una zona ad alto rischio di criminalità, una donna su tre non esce da sola la sera (36,6%) e quasi un cittadino su due dà un giudizio negativo sul controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine (46,4%). Contemporaneamente cresce il consenso per i leader decisionisti e reazionari che propongono come soluzione uno schema dicotomico di premi e rigide punizioni, di buoni e di cattivi. Una gerarchia dei cittadini giustificata anche da una presunta emergenza di natura economica, dall’idea che i soldi sono finiti e che bisogna pensare prima a… Eppure il mito della scarsità non trova riscontro nei dati reali: in Italia risparmi privati e avanzo primario statale sono i più alti d’Europa. I soldi ci sono. Perché allora siamo così sensibili all’allarme? Perché in un mondo dove oggettivamente la sicurezza non è un problema, l’agenda politica punta ad aumentarla? Perché ci sentiamo insicuri? Forse un nuovo spettro si aggira per l’Europa?

Una spiegazione potrebbe offrircela la psicologia dei vissuti soggettivi prodotti dalla realtà socio-economica nella quale siamo immersi: un impianto economico neoliberista in una particolare situazione di crisi.

Miguel Benasayag ne L’epoca delle passioni tristi traccia un continuo tra economia, incertezza del presente, e i vissuti di impotenza della generazione della crisi. In un’economia neoliberista l’individuo agisce come un sistema isolato, che stipula contratti con altri sistemi-individui per massimizzare la propria utilità. Gli altri (sistemi), le relazioni, costituiscono quindi una minaccia e un limite. L’enfer c’est les autres!

È così che l’homo oeconomicus, nella sua illusione autarchica, si ammala di competizione. La possibilità di proiettarsi in un futuro insieme personale e collettivo, si sgretola sotto i piedi. Ci si ritrova sradicati, soli, impotenti ed esposti alle intemperie; immersi in un’atmosfera di relazioni precarie e minacciose in cui si fatica a respirare. Il futuro collassa, “cambia di segno” e si fa minaccia, da promessa qual era. Esso diventa un destino meccanico, il vecchio mito del treno a vapore fuori controllo che corre inarrestabile lungo le rotaie del “sistema”. Una locomotiva ideologica che non traina più a rialzo il Pil come faceva un tempo, che produce debito e povertà e in cui non crediamo più fino in fondo. La liturgia della crescita, della ripresa dei consumi, diventa un rituale vuoto, la crisalide evanescente di un divenire sottratto alla creatività e al potere delle comunità. Ciò che fonda la cultura occidentale (la capacità dell’uomo di cambiare tutto secondo il suo volere) è allo stesso tempo ciò che la sta minando dal suo interno. Ma il treno sbuffa lo stesso, fa sentire il suo fischio, arranca quasi per abitudine, perché è un dato di fatto, nonostante gli avvertimenti degli “strikers for future”.

E a chi non sciopera per il futuro cosa rimane? Un mondo minaccioso, in perpetuo stato di crisi ed emergenza, dal quale ripararsi ognuno a modo suo secondo le proprie doti. È la grande fuga dall’impotenza già dipinta da Goodman nel suo attualissimo saggio del ’63, Psicologia dell’impotenza. Chi può permetterselo si auto segrega in casa, privato nel privato, dove almeno conserva “potere d’acquisto”. Abbandona la nave per la scialuppa di salvataggio. Ma a quale prezzo!

La famiglia e lo standard di vita diventano affari da proteggere, dai ladri, dagli altri, dall’innovazione culturale. L’unico bene comune di valore è la sicurezza, mentre al di là dei confini della legittima difesa, dove finisce ciò che è mio, cresce l’indifferenza e il cinismo. L’ansia diventa di status, ci si arma per difendere quel che si ha. Si armano i figli per conquistarlo. La concezione utilitaristica della vita viene trasmessa alle nuove generazioni rafforzata dalla crisi economica, proprio perché in tempo di crisi si è più portati pensare che tutto debba servire a qualcosa. I giovani apprendono così “sotto minaccia” che dovranno lottare per un posto nel mondo. Molti giovani non reggono il peso della competizione e si ritirano nei mondi virtuali in cui possono tutto.

Poi c’è chi doti non ne ha: chi non può rifugiarsi nel privato, nelle abitudini del consumo e nelle prospettive di carriera, rimane in strada dove la competizione allarga le file della guerra tra poveri (una guerra vaporizzata e microdosata). Per chi vive ai margini non resta che arrendersi, gettandosi tra le braccia dell’assistenzialismo statale, dove previsto e accessibile, oppure combattere identificandosi coi leader muscolari che promettono il ritorno del passato per stuccare le crepe del futuro (make America great AGAIN!). La politica diventa così tifo e adorazione dell’azione per l’azione, premiando proprio quegli attori politici che si fanno garanti dell’attuale sistema economico alla radice del problema. Le figure politiche odierne non sono che i coaguli di ciò che scorre nelle vene della società in crisi.

Questi sono circoli viziosi pericolosi, dove il venir meno della coesione sociale, impotenza e insicurezza si intrecciano e si autoalimentano. Come interrompere il circolo? O meglio, come non rimettere in circolo impotenza, insicurezza e minaccia?

L’impossibilità di un fare disinteressato, promosso dal piacere intrinseco alle attività creative e ai legami, è secondo Benasayag esattamente ciò che sta alla base del senso pervasivo di impotenza e insicurezza. L’umano si trova nell’impossibilità di agire secondo le proprie esigenze di socialità, ma può solo limitarsi a reagire all’egoismo altrui. È quindi essenziale: “promuovere spazi di socializzazione… pratiche concrete che riescono ad avere la meglio sugli appetiti individualistici e sulle minacce che ne derivano”…uno spazio di interesse dis-interessato dove regna l’utilità dell’inutile, che è poi in fondo l’utilità della vita. Questo significa reinvestire nei legami, superarne la visione “contrattuale” e limitante, in virtù dello sviluppo di pratiche più desiderabili, potenti e ricche. Occorre realizzare che non esiste un individuo astratto, separato e tuttalpiù influenzato dal proprio contesto. E rimettere al centro le relazioni. Ma per fare ciò è necessario innanzitutto cambiare noi stessi.

Pietro Sarasso è uno psicologo

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