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Almeno 70,8 milioni sono state le persone costrette ad abbandonare il proprio Paese in seguito a guerre, violenze, persecuzioni, fame, malattie e povertà nel 2018. È l’ultima stima dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) che emerge dal Global Trends, l’annuale report dell’Organizzazione sui rifugiati; un record assoluto reso noto alla vigilia della Giornata Mondiale del Rifugiato che si celebra il 20 giugno. Il fenomeno ha riguardato, secondo Unhcr, 2,3 milioni di persone in più rispetto all’anno precedente con una media di 37mila nuove fughe ogni giorno. Sul totale dei rifugiati, solo il 16% è ospitato da Paesi sviluppati: gli Usa hanno ricevuto il maggior numero di richieste di asilo, seguiti da Perù, Germania, Francia e Turchia. Più dei due terzi del totale dei migranti provengono da soli cinque Stati, nell’ordine: Siria, Afghanistan, Sudan del Sud, Myanmar e Somalia. Mentre sono 138.600 i minori non accompagnati.

«Ciò che vediamo in queste cifre è un’ulteriore conferma della crescita del numero di persone che hanno bisogno di protezione da guerre, conflitti e persecuzioni», osserva Filippo Grandi, alto commissario per i rifugiati all’Onu. La crisi si è difatti acuita tra il 2012 e il 2015, in concomitanza con l’inasprirsi del conflitto siriano, ma le aree critiche purtroppo sono molte: in Medio Oriente (Iraq e Yemen), in Africa Subsahariana (Repubblica democratica del Congo e Sud Sudan) e nel sud est asiatico con l’esodo di Rohingya dal Myanmar in Bangladesh alla fine del 2017. E poi c’è il Venezuela, dove circa 3 milioni di abitanti – circa 5mila al giorno – hanno lasciato le loro case nel 2018 per spostarsi in altri Paesi dell’America Latina, rappresentando la più grande migrazione nella storia recente in Cono Sur. Ovunque le ragioni della migrazione forzata sono le stesse: violenze, insicurezza, paura di essere arrestati per le proprie opinioni politiche, penuria di cibo e medicinali, impossibilità di accesso ai servizi essenziali e povertà. «Non ci sentivamo più sicuri. Avevamo paura anche in casa nostra, e non potevamo lasciare i bambini soli. Hanno minacciato di minacciare mio fratello» racconta Angelica, richiedente asilo venezuelana a Panama. Ha lasciato il suo Paese quando dei gruppi armati hanno cercato di reclutare suo figlio di 12 anni (Unhcr). «Quando mia figlia di 12 anni è morta per mancanza di medicinali, dottori o cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che un altro dei miei bambini morisse. Le malattie stavano diventando più forti di noi. Mi sono detto o ce ne andiamo o moriamo», racconta a sua volta Eulirio Baes, di 33 anni, fuggito in Brasile. Questa situazione riguarda direttamente anche l’Europa, poiché sono raddoppiati i venezuelani che hanno già chiesto asilo in Spagna e Italia.

 

 

Nel nostro Paese, la soluzione fino ad ora adottata per rispondere alla crisi dei rifugiati è riassumibile nelle parole “chiusura” e “rifiuto”. Tutto ruota intorno alla Legge 132/18 (il decreto sicurezza di Salvini) che ha determinato tagli profondi al sistema di accoglienza e lo smantellamento del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Misure che potrebbero essere ulteriormente inasprite con la conversione in legge del decreto sicurezza bis, approvato il 15 giugno dal consiglio dei ministri. I primi cinque articoli su “disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica” prevedono, infatti, nuove norme contro il soccorso in mare. Nell’articolo 1 si stabilisce che il ministro dell’interno “può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per ragioni di ordine e sicurezza, ossia quando si presuppone che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e in particolare si sia compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Questa competenza fino ad ora era in mano al ministro dei trasporti e delle infrastrutture. Con multe salatissime – fino a 50mila euro – si blindano così le coste italiane, e in più si stanziano dei fondi per contrastare proprio il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ma a che punto sono gli altri Paesi europei? Tra settembre 2015 e aprile 2018 in Italia sono sbarcate quasi 350mila persone. I piani di ricollocamento d’emergenza avviati dall’Ue prevedevano che circa 35mila di questi richiedenti asilo fossero inviati ad altri Paesi – dunque solo il 10% totale degli arrivi secondo l’Ispi. In più, gli Stati membri hanno accettato meno di 13mila richiedenti asilo, più di 9 migranti su 10 sarebbero allora rimasti in Italia. I singoli Paesi hanno, infatti, continuato a mantenere la sovranità sulla gestione delle richieste, una volta che queste vengono presentate. Perciò, si creano importanti differenze tra uno Stato e l’altro nella gestione delle politiche di accoglienza, in particolare nei tassi di accettazione delle richieste, nella protezione internazionale da concedere e nella velocità di esame delle domande. Ed ecco come nascono ovvie disparità di trattamento della persona, nonché difficoltà nel coordinamento europeo delle soluzioni alla crisi.

 

 

Tornando alla Giornata mondiale del rifugiato, a partire dal 20 giugno sono in programma una serie di mobilitazioni “istituzionali” organizzate dall’Unhcr con il sostegno dell’hashtag #WithRefugees. Eventi che proseguiranno per 3 mesi con l’obiettivo di dare visibilità alle esperienze di solidarietà e accoglienza nei confronti dei rifugiati. «In un momento in cui prevale una narrazione negativa sui rifugiati e richiedenti asilo – dice in conclusione Carlotta Sami, Portavoce Unhcr per il Sud Europa – ribadiamo con forza la necessità di vederli innanzitutto come persone, con il loro bagaglio di coraggio e speranze che aspettano solo una giusta accoglienza per potersi realizzare».

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