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Quasi un milione e trecentomila minori in Italia sono in una condizione di povertà assoluta. Questo dato giganteggia ai nostri occhi in queste settimane in cui si discute di procedura di infrazione, di debito e di illusori escamotage per rimettere in sesto i conti con strumenti di “finanza creativa” come i mini bot.

Così mentre Salvini spranga i porti e invita gli italiani a giocare al monopoli, lanciando l’ipotesi di una moneta parallela che potrebbe preparare la strada a una pericolosa Italexit, in un ampio dossier Left si interroga sul ricatto del debito pubblico, avanzando una proposta di europeizzazione del debito e di “recupero crediti” a cominciare dall’evasione, dall’elusione e dall’Ici non pagata dalla Chiesa fino al 2011. Questo articolato lavoro è il cuore del nuovo numero, ma per la copertina, come accennavo, abbiamo scelto un tema che a noi appare collegato e, se possibile, ancor più urgente. Left accende i riflettori su una realtà importantissima quanto trascurata: la condizione dei minori in Italia. Un quadro più che preoccupante emerge da uno studio di Openpolis che non si ferma a generiche percentuali ma le esamina Comune per Comune mostrando, dati analitici alla mano, l’aumento delle disuguaglianze. Due aspetti inquietanti balzano agli occhi: il primo è che l’ingiustizia sociale e la povertà colpiscono in maniera massiccia i più piccoli, specie al Sud, nelle aree più arretrate del Paese e fra i migranti. Il secondo è che questa condizione economica di indigenza si accompagna a una grave carenza di opportunità formative e di studio.

I bisogni e le esigenze di tantissimi bambini sono del tutto negati nell’Italia del 2019. La povertà è tutt’altro che abolita checché ne dica la propaganda giallonera. Ma anche il Reddito di inclusione concepito dal precedente governo di centrosinistra non è stato nemmeno una misura di tamponamento come appare del tutto evidente dai dati Istat che riguardano il 2018. E nessuno osserva la realtà dalla parte dei più giovani. I governi continuano a non preoccuparsi del loro futuro. Non c’è la volontà politica di investire nella scuola, nella ricerca, nell’università. Non se ne preoccupa il governo che propone la flat tax (“dimenticando” che la proporzionalità nella tassazione è un principio costituzionale), che demagogicamente propone condoni, che promette un reddito di cittadinanza offrendo di fatto solo un’elemosina vincolata all’accettazione di lavoretti che non permettono alcuno sviluppo di un proprio percorso, mentre il salario minimo di cui tanto i grillini parlano resta solo un miraggio e in ogni caso privo di un allargamento delle tutele.

«Compassionate conservatism», lo chiamava George W. Bush, che teorizzava l’elemosina contro ogni forma di welfare. Meno tasse, più mercato, più famiglia, da Bush al sovranista Trump la ricetta è sempre la stessa. E Salvini, che se ne frega dell’Europa («vedremo chi ha la testa più dura», dice), si genuflette agli Usa e alla Russia. Mentendo anche sul suo fatidico «Prima gli italiani», dacché se ne infischia bellamente della scuola. In Italia «il diritto ad apprendere, formarsi, sviluppare capacità e competenze, coltivare le proprie aspirazioni e talenti è privato o compromesso», denuncia Openpolis. E «i dati mostrano come povertà economica e povertà educativa si alimentino a vicenda». Il secondo comma dell’art. 3 che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana è disatteso. Ma anche l’ascensore sociale non funziona più. Serve una nuova politica di sinistra perché la scuola torni ad esserlo.

La scuola pubblica è “organo costituzionale” «ed è stata per decenni indirizzata a svolgere tale funzione: diversità come opportunità di crescita per tutti e tutte, confronto e “mescolanza” di provenienze sociali, culturali, geografiche, occasione di arricchimento reciproco, antidoto alla cristallizzazione delle disuguaglianze e delle marginalità, strumento di emancipazione individuale e di solidarietà sociale», ha scritto la docente Marina Boscaino, fra i promotori dell’assemblea nazionale del 7 luglio contro l’autonomia differenziata che sarebbe davvero il de profundis per la scuola pubblica.

Ps, dati alla mano: il bilancio pubblico dell’istruzione scolastica si riduce, a legislazione vigente, di 4 miliardi nel triennio, cioè di circa il 10%. Si passa da 48,3 a 44,4 miliardi nel giro di tre anni, con una riduzione delle risorse sia per l’istruzione primaria (da 29,4 a 27,1 miliardi di euro) che per quella secondaria (da 15,3 a 14,1 miliardi). A determinare la flessione contribuisce in modo decisivo la riduzione dei fondi per gli insegnanti di sostegno, un miliardo nel ciclo primario, 300 milioni in quello secondario

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 28 giugno 2019


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