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Il 2 luglio prossimo a Bruxelles, durante la prima sessione plenaria, 293 donne siederanno nei banchi del Parlamento (il 39%). Le donne elette in Italia sono state in tutto 31, pari al 41% e in linea con i numeri del nuovo Europarlamento. Queste cifre, Secondo l’opinione della professoressa Chiara Saraceno, sociologa della famiglia presso l’Università di Torino, sono il riflesso dell’ultima campagna elettorale europea, dove non sono emersi i temi specificamente rilevanti per le donne. Inserire le candidate come capilista è stato solamente un palliativo, se poi i vertici maschili dei partiti pianificano le loro carriere a tavolino, lasciando poco spazio alle donne. Francesca Puglisi (Pd), su La Stampa ha di recente affermato che le donne in politica non vengono valorizzate, ma sono confinate a temi come la scuola o la questione di genere, considerati da un pensiero dominante come le attività più adatte per loro. In questo modo la strada per l’effettiva eguaglianza di diritti e rappresentanza risulta ancora lunga e ricca di ostacoli.

Alle elezioni europee di fine maggio, oltre la chiara vittoria di Matteo Salvini, è emerso che le donne non si sentono partecipi della vita politica. Solo il 50% delle italiane (13,1 milioni) si è recato alle urne, di cui quasi 5 milioni (il 37%) hanno votato per il Carroccio. Secondo l’opinione della professoressa Saraceno, queste donne «hanno votato Lega perché si sono ritrovate nel discorso securitario di Salvini, nella sua immagine di uomo insieme forte e concreto».
Fa riflettere un così ampio consenso per un partito che sposa il pensiero dei rappresentanti del Congresso della famiglia e che vorrebbe far approvare una legge, il discusso ddl Pillon, che si basa sulla teoria della Sindrome da alienazione parentale di Richard Gardner nonostante non sia riconosciuta a livello internazionale e soprattutto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In merito, la dottoressa Barbara Pelletti, psichiatra e presidente dell’associazione Cassandra D, fornisce un’interessante interpretazione: «Le donne sono profondamente deluse dalla politica, ormai troppo lontana dalla vita reale delle persone, dai pensieri e dagli affetti di noi tutti», spiega Pelletti. «Non possiamo dimenticare che negli anni ’70 del secolo scorso perfino le donne cattoliche andarono in massa a votare per il divorzio e per l’aborto: erano anni in cui le battaglie politiche ancora riflettevano un’esigenza di liberazione umana che non è stata poi sviluppata nel senso della ricerca sull’identità umana, presupposto necessario per la libertà, e nemmeno sui rapporti umani profondi, in particolare il rapporto uomo-donna».

Rimando sull’esempio delle europee, i media che ruolo hanno giocato in questa partita? In televisione, se possibile, la rappresentanza femminile trova ancora meno spazio. Secondo gli ultimi dati AgCom, su elaborazione di Geca Italia, nel periodo della campagna elettorale che va dal 25 marzo al 19 maggio il tempo di parola delle donne nei talk show è pari al 22,5% del totale. Non è una novità, secondo la sociologa Chiara Saraceno, ma anzi è un fatto regolarmente denunciato senza che siano mai stati presi provvedimenti. Una strana coincidenza che tra i membri dell’Autority della comunicazione, i cui rappresentati vengono scelti da Camera e Senato, non sia presente neanche un commissario donna. Il sistema mediatico, quindi, si adegua a ciò che gli viene imposto dalle segreterie di partito e così a farcela risultano solo le donne nelle grazie del leader (padrone) di turno. E «le stesse, poche, donne che conducono i talk show» prosegue la professoressa Saraceno, «per lo più si adeguano, per legittimarsi e perché la competizione sembra solo su quante volte si ospita Salvini o Di Maio, o il collega prestigioso, l’intellettuale noto. Il risultato è che sono sempre le stesse persone che circolano da un talk all’altro parlando delle stesse cose».

Alla luce di questa realtà, è indubbio che la negazione dell’identità femminile tipico di una certa cultura è il motivo per cui le donne faticano ad emergere nella società. Ma le donne hanno deciso di ribellarsi con nuovo vigore, non accettando più questa condizione: «Si percepisce il risveglio della ricerca di qualcosa di più profondo, di una vita diversa, di un pensiero nuovo sui rapporti umani», afferma Barbara Pelletti. Come fa notare la presidente di Cassandra D, molti movimenti femminili, dalla Spagna al Cile, passando perfino per la Svizzera, si stanno proponendo come alternativa reale alla crisi della sinistra. Alla base, un ideale di uguaglianza che include anche le istanze dei migranti, ma «soprattutto rilancia un dibattito e una dialettica su grandi nodi culturali mai affrontati dalla sinistra».
Una vera sinistra non può e non deve rimanere inerte di fronte a tutto questo, ha l’obbligo di battersi affinché la parità non sia solo un obiettivo ma una realtà.

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