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Quello che colpisce delle immagini dei film di Michel Ocelot, dei personaggi e delle loro storie è, in particolare, il legame imprescindibile tra fantasia e realtà, là dove quest’ultima assume connotazioni straordinariamente poetiche.
Non ci si trova davanti ad una mera imitazione del reale ma ad una sua trasformazione, che sembra rispondere a profonde ed intime esigenze dell’artista. Come nasce, per lei, tutto questo?
Ciò che mi interessa è la realtà, e migliorarla il più possibile. Mi interessa far passare delle emozioni durante la visione dei miei film, e lasciare spunti di riflessione per dopo. Se faccio film è perché ho qualcosa da raccontare. Trovo che una fiaba che non ha nulla da comunicare sia debole e noiosa.
I temi affrontati sono temi importanti. E, in primo piano, c’è sempre l’essere umano. Se penso a Kirikù e la strega Karabà, mi viene in mente la chiusura nel pregiudizio, il rifiuto all’accoglienza, di contro alla curiosità e all’apertura verso l’altro, rappresentata dal piccolo e coraggioso Kirikù e dai suoi “perché”.
Sì, affronto temi importanti, che nascono dalla mia testa e dalla mia pancia. Il mio ultimo film, Dililì a Parigi, lo fa in maniera più diretta degli altri miei film, raccontando degli orrori perpetrati dagli uomini contro le donne, e che accadono in tutto il mondo.
La forza di Kirikù, come gli ricorda il saggio della montagna, sta proprio nell’assenza di amuleti, in questo suo sguardo lucido e sensibile, e possiamo dire laico, sulla realtà?
A partire dal XVI secolo, l’Occidente ha inventato tutto ciò di cui noi disponiamo attualmente, ed ha letteralmente conquistato il pianeta. L’Occidente ha…

(ha collaborato alla traduzione Valentina Maurizi)

Michel Ocelot è ospite d’onore, sabato 13 e domenica 14 luglio, della 23ª edizione dell’Umbria Film Festival a Montone (Perugia)

L’intervista è stata pubblicata su Left del 5 luglio 2019


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