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È molto probabile che gli psichiatri organicisti siano saltati sulla sedia alla notizia dello studio pubblicato recentemente dall’American Journal of Psychiatric. L’articolo intitolato “No support for Historical Candidate Gene or Candidate Gene-by-Interaction Hypotheses for Major depression Across Multiple Large Samples” descrive una ricerca condotta in Colorado su un campione di 620mila soggetti che smentisce in maniera netta l’origine genetica della depressione. I risultati di questa analisi smentiscono completamente quelli di un’indagine pubblicata nel 1996 sempre sull’American Journal of Psychiatric che, pur  utilizzando uno scarso numero di campioni, esattamente 454, pretendeva di affermare la presenza di alcuni geni, per la precisione 18, responsabili dell’origine della depressione. Si tratta di uno studio europeo in cui si pensò di aver scoperto il primo fattore genetico coinvolto nello sviluppo di questa patologia.

Gli scienziati erano partiti dall’osservazione di un gene, (5-Httl), responsabile della sintesi di una proteina che ha il compito di catturare (reuptake) la serotonina, un neurotrasmettitore il cui valore si abbassa nella depressione. L’alterazione di questo  gene  avrebbe ostacolato il recupero  della serotonina nel neurone, provocando il calo dell’umore. Non veniva considerato che non è la diminuzione della serotonina a determinare l’abbassamento dell’umore ma il contrario: è la sintomatologia depressiva, espressione di una realtà psichica alterata, a determinare il basso valore del neurotrasmettitore. Si scambia cioè la causa con l’effetto. Questa prima ricerca ebbe grande eco tra gli psichiatri organicisti, così che in pochi anni la convinzione dell’origine genetica della depressione si associò, senza alcun supporto scientifico, ad altre patologie mentali. Alla luce del nuovo studio ci chiediamo: come è stato possibile reiterare un simile errore per 23 anni? Come è stato possibile che un’indagine così parziale abbia avuto un impatto così forte nel dibattito psichiatrico? Uno studio quindi assolutamente non scientifico che sicuramente ha avuto conseguenze disastrose sui pazienti depressi i quali, nella convinzione che la malattia fosse incurabile perché di origine genetica, perdevano ogni speranza di guarire. Ma se i pazienti gettavano la spugna, le case farmaceutiche facevano la loro fortuna. Tuttavia  non sono solo gli interessi dei produttori di psicofarmaci a determinare il successo della psichiatria biologica ma anche l’assenza di una ricerca più profonda sulla realtà psichica. Infatti da Ippocrate fino ai giorni nostri, medici e psichiatri si sono arresi di fronte al “male oscuro”, dichiarandolo incurabile. L’impossibilità della guarigione viene sostenuta ancora oggi dalla psichiatria biologica, convinta che  l’origine della depressione vada cercata nei geni e nella disfunzione dei neurotrasmettitori. Tempo fa…

L’articolo di Cecilia Di Agostino, Marzia Fabi e Maria Sneider prosegue su Left in edicola dal 12 luglio 2019

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