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Mentre il nostro governo prosegue la sua propaganda di odio contro Ong e politiche di accoglienza, colpevolizzando chi migra per non morire, altre “navi”, cariche di migranti nostrani, lasciano l’Italia nell’indifferenza quasi totale. «Se ogni settimana gli italiani che lasciano il Paese attraversassero il mare, su un barcone ci sarebbero 2.300 italiani ogni sette giorni (di media i migranti nel 2018 sono stati 449 a settimana)». Così Massimo Anelli, docente di Scienze politiche e sociali dell’Università Bocconi, interviene al Festival dell’Economia di Trento nella sezione “Cervelli in fuga? Andamenti, politica e politiche”.

Si tratta di un flusso uscente preoccupante: dal 2008, tenendo conto anche dei rientri, l’Italia ha perso una città delle dimensioni di Bologna (circa 390mila abitanti). A migrare sono soprattutto giovani di età compresa tra i 25 e i 40 anni, la maggior parte con un titolo di studio medio-alto. Nell’ultimo rapporto Istat si legge che tra coloro che si sono dottorati nel 2014, conseguendo quindi il più alto titolo accademico, a quattro anni dal conseguimento (nel 2018), quasi uno su cinque (il 18,8%) vive all’estero. Fenomeno in crescita se si guarda ai dati degli anni precedenti: nel 2014 ad abitare all’estero era infatti il 14,7% di coloro che si erano dottorati in Italia nel 2010. Se ci limitiamo poi alle sole discipline scientifiche, le percentuali si fanno ancora più drammatiche e a risentirne è chiaramente il livello della ricerca scientifica in Italia.

Bisogna sottolineare che ciò che preoccupa è il flusso netto in uscita. Il fatto che molti giovani, dopo aver conseguito una laurea o un dottorato in area Stem (dall’inglese Science, technology, engineering and mathematics), lascino l’Italia per proseguire il proprio percorso all’estero non è, infatti, di per sé un segnale d’allarme. La spinta a partire…

L’articolo di Ilaria Maccari, Alessia Nota e Giulia Venditti prosegue su Left in edicola dal 19 luglio 2019


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