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Che Paese sarà l’Italia nel caso si dovesse davvero arrivare al taglio dei parlamentari che potrebbe essere l’ultimo atto del moribondo governo giallonero? Una riforma costituzionale che taglierebbe il 36,5% dei parlamentari e che si aggiunge solo per citarne alcuni ai due decreti “sicurezza”, ai tagli al finanziamento dei giornali e, se ci dovesse essere tempo, alle insidie del salario minimo per la tenuta dei contratti collettivi di lavoro. Sembra per ora scongiurata l’autonomia differenziata ma a mettere insieme i pezzi si compone comunque il puzzle impressionante della più grande rapina del secolo. Una rapina di democrazia. «Stiamo assistendo a uno scivolamento da un modello fondato sullo Stato di diritto alla cosiddetta democrazia autoritaria in cui permangono forme apparentemente democratiche, ma svuotate di contenuto», denuncia Federico Fornaro, di Mdp-Articolo1, capogruppo di Liberi e uguali (Leu) in commissione Affari costituzionali della Camera. A seguito della modifica costituzionale muterà il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera da 96.006 a 151.210. Il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Il dato più alto d’Europa, secondo un dossier del 29 luglio curato dai servizi studi di Camera e Senato.

Considerato uno dei massimi esperti di sistemi elettorali, Fornaro ha appena compiuto una simulazione degli effetti della riforma Fraccaro (in realtà copiata pari-pari dal ministro M5s da un precedente testo del forzista Quagliarello) svelando le distorsioni della rappresentanza. Se alla Camera l’attribuzione dei seggi avviene su scala nazionale, e si ridurrà proporzionalmente per tutti, al Senato dove i seggi sono distribuiti a livello regionale, l’effetto sarà quello di uno sbarramento implicito nei collegi uninominali che toccherà il 33% in Abruzzo, Liguria, Marche e Sardegna, del 25% in Basilicata dove il taglio degli eletti sarà del 57%. Una regione come la Liguria, da 8, eleggerà solo 5 senatori, uno ogni 314.139 abitanti e il Piemonte da 22 passerà a 14 con soli 5 collegi su 8 provincie. «Se è vero che la democrazia rappresentativa è malata, siamo all’11% di fiducia nel Parlamento, invece di curare la malattia avvicinando l’elettore all’eletto, si fa l’esatto contrario», avverte Fornaro. Crescerà il peso dei grandi elettori nell’elezione del presidente della Repubblica e, a Rosatellum vigente, i partiti intermedi non riusciranno a eleggere in metà delle regioni. Se si fosse votato un Parlamento “riformato” assieme alle europee, la Lega avrebbe sfiorato la maggioranza assoluta (da 42 a 44 senatori, da 76 a 93 deputati) mentre i pentastellati, per i quali il pacchetto Fraccaro sarà un harakiri, da 225 deputati sarebbero crollati a 54 e da 111 senatori a 28, una cura dimagrante che avrebbe colpito anche Forza Italia e, in misura minore il Pd. «Inoltre – continua Fornaro – non c’è alcuna prova che, in un sistema bicamerale paritario, un minor numero di senatori possa fare lo stesso lavoro della Camera. E il peso del singolo senatore diventerebbe più importante e più esposto a pressioni esterne, alle lobbies. L’unica è che non si raggiunga in ultima lettura la maggioranza assoluta e dipenderà dalla tenuta della maggioranza e dagli “aiutini” esterni di Fdi che è una stampella, come fu Verdini per Renzi».

Anche Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra italiana e tra i promotori della piattaforma Mediterranea, punta l’indice sullo «svuotamento della funzione parlamentare grazie al contratto di governo, con il Parlamento che può solo ratificare norme già concordate dai due partiti di governo. In aula dibattiti compressi e una riforma della Costituzione che rischia di essere approvata in tempi strettissimi. Una dimensione per cui le istituzioni…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 9 agosto 2019


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