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Undicesimo week end di proteste a Honk Kong. Tra sabato 17 e domenica 18 agosto circa 2 milioni di persone hanno manifestato al Victoria Park. Sulle ragioni e le modalità della protesta, ecco le voci dal vivo dei giovani dell’ex colonia britannica.

Martedì 13 agosto 2019, aeroporto internazionale di Hong Kong, ore 17.30, (ora locale)

All’arrivo un avviso sul pannello elettronico, al ritiro bagagli avverte: “Tutti i voli sono cancellati, i passeggeri sono pregati di allontanarsi dall’aeroporto, il prima possibile”. Poche centinaia di metri più avanti, lo sguardo si apre oltre le porte che si spalancano nella hall, immensa: due lunghe ali di folla accolgono i viaggiatori. I manifestanti sono assiepati a centinaia, espongono cartelli e porgono volantini, mostrano foto, fogli e cartoni con frasi in inglese e in cinese. Gridano slogan.

L’effetto sonoro è formidabile. È un’eco di voci che a tratti esplode e poi sotterranea, pervade discendente lo spazio gigantesco dell’aeroporto, un ventre torrido di vetro e metallo. Pensiline sovrapposte, corridoi trasversali, che collegano i diversi piani, scale mobili: ogni margine visibile è tutto un corteo di voci e di corpi che si muovono. Sono ragazzi e ragazze, tantissimi. Sono quelli che le tv internazionali mostrano da giorni, nelle edizioni asiatiche, inquadrandone le avanguardie più agguerrite che fronteggiano la polizia in assetto anti sommossa.

Molte ragazze hanno sull’occhio destro pezzi di carta disegnati con una ferita sanguinante. Il riferimento è all’episodio di una loro coetanea ferita gravemente all’occhio da un proiettile di gomma delle forze speciali, qualche giorno prima. Anche un grande cartellone pubblicitario elettronico di una marca fashion, sul quale lei e lui, giovani e bellissimi, si preparano ad affrontare una giornata “felice”, ironia della sorte, è stato modificato da un disegno sull’occhio destro di lei, chiuso da un cerotto insanguinato a forma di ics.

I manifestanti sono ragazzini, tantissimi, e pacifici. In molti si avvicinano per chiedere scusa del disagio ai passeggeri rimasti a terra. Si inchinano con una mano sul petto. Regalano acqua, snack e biscotti al cioccolato. Da lunedì 12 agosto lo “strike” generale proclamato alla vigilia del fine settimana li ha radunati all’aeroporto di Hong Kong, che per il secondo giorno consecutivo ha deciso di chiudere e cancellare tutti i voli, per motivi di sicurezza. A partire dalle ore 16. I manifestanti hanno bloccato l’ingresso ai “security checks”. Dicono. In realtà dal lato inaccessibile del grande hub intercontinentale, gli aerei decollano, ma con a bordo i passeggeri rimasti a terra il giorno prima.

È l’undicesima settimana di rivolta e scontri per Hong Kong. Sono in diverse migliaia a partecipare al sit-in di protesta all’aeroporto, visti dall’alto sembrano formiche. Si muovono di continuo. Segnano con la loro fisicità lo spazio bianco, tutto intorno. Cappelli e mascherina, nera per lo più, sono eleganti e inquietanti al tempo stesso. Alcuni sono incappucciati, altri indossano il casco giallo, sul quale c’è scritto: è per la nostra protezione. È un mondo umano particolare, quello che si osserva: coppie di ragazzi, lui e lei, mano nella mano, con i cartelli contro la brutalità della polizia, adulti solitari, una donna che piange e scivola via, un padre con una bambina piccola sopra un carrello, distribuisce triangoli di riso avvolti nelle alghe, che prende da una busta della spesa.

C’è chi distribuisce mele, bottiglie d’acqua. Giovanissimi in camicia bianca e cravatte nere, scarpe all’inglese, passano chiacchierando fittamente. Ragazze esili come foglie chiedono di prendere i loro volantini. È l’occasione per mostrare al mondo la loro realtà: “Dateci una possibilità” è scritto sopra un cartello, “ascoltateci”, gridano dietro a un blocco formato da carrelli per i bagagli posti di traverso. “Free Hong Hong”, risalgono forti gli slogan dal fondo della hall. Stanno facendo la storia, inconsapevoli, forse. “C’è bisogno di spiegare perché?”, dice una ragazza, alludendo all’episodio della dimostrante ferita all’occhio, da cui ha perso la vista. Intanto chiama per noi la compagnia aerea che sembra non offrire soluzioni al volo “sparito”.

I motivi della rivolta sono fondamentalmente due, spiega porgendo una bottiglia d’acqua il suo compagno, mascherina nera e sguardo come un taglio: “La legge sull’estradizione e poi le violenze della polizia, è contro tutto questo che lottiamo”. Hong Kong parrebbe un luogo privilegiato, rispetto alla Cina continentale, sotto diversi aspetti anche sul piano delle libertà individuali. Il problema richiederebbe un discorso lungo e approfondito, ammette, prima di sparire, in un lampo, insieme ai suoi compagni. Non è facile comprendere. È un fatto che questi ragazzi si sentono oppressi.

Appesa ad un reggi mano in alluminio di una scala, una fotocopia mostra immagini della repressione di piazza Tienanmen nel 1989 e quelle di questi giorni a Hong Kong: oggi come allora, trenta anni dopo, recita. Su un altro cartello, un manifestante ha scritto: “Noi non siamo cinesi, siamo Hongkongers”. Applausi. Slogan che montano con un clamore spaventoso e un effetto emotivo notevole. All’ingresso della metro sono accalcati a centinaia. Nelle viscere dell’aeroporto, dove la massa precipita nel sottosuolo, la strettoia si chiude in un ondeggiare di corpi, flash e grida. A impressionare è la compostezza in cui comunque tutto si svolge. “Non riprendere i volti, per favore”, qualcuno batte sulla spalla.

Cellulari, macchine fotografiche e telecamere illuminano l’avanguardia che si sposta con uno strano movimento circolare, come una perturbazione meteo: procede intorno ad un nucleo sul quale dall’alto puntano gli obiettivi della stampa internazionale e degli stessi dimostranti. Poi tutto sembra fermarsi per ripartire in un altro luogo, non lontano, in un conflitto dai mille volti che si consuma per segmenti, con improvvise accelerazioni e lunghe pause. Decine di piccole iniziative, persino con carrelli rovesciati a creare mini barricate.

Ma all’ora di cena, anche la rivoluzione fa una pausa. I ragazzi si fermano per mangiare. Stanchi e sudati. Pure al Mc Donald, al piano di sopra, la coda è già lunga. Una camionetta blindata della polizia è ferma nelle immediate vicinanze di un ingresso, all’esterno, spenta e buia. Per le autorità i manifestanti sono protagonisti di gravi crimini, attuati con turpe, orribile violenza. Terrorismo è l’accusa. Da giorni la Cina raduna blindati e mezzi di trasporto truppe al confine di Shenzhen, praticamente a una manciata di chilometri da qui. La pressione è alle stelle. Intanto dopo una notte di tuoni e pioggia, un’altra luna è sorta, pallida, su Hong Kong.

(Le foto sono di Giovanni Senatore)

 

Hong Kong, 14 agosto 2019

Dopo due giorni di proteste di massa, l’aeroporto internazionale di Hong Kong, ha ripreso il suo regolare funzionamento anche per la stretta dei controlli operata dalle forze dell’ordine, in particolare sui documenti d’identità agli ingressi della metro. Già nella serata del 14 nuovi scontri e violenze si sono verificati in un’altra zona di Hong Kong, che conta 7.5 milioni di residenti. I manifestanti indicano in 5 punti i termini minimi per porre fine alla protesta. “5 demands, not one less”, spiegano, cinque richieste, non una di meno: ritiro completo del disegno di legge sull’estradizione, totale cessazione dell’assetto anti sommossa, liberazione incondizionata di tutti i manifestanti arrestati (fonti della protesta indicano questo numero in 600 persone, di età compresa tra i 14 e i 76 anni), istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sui comportamenti della polizia, suffragio universale. “Liberate Hong Kong. Revolution of our time”, “Liberare Hong Kong” scrivono in un volantino i manifestanti, “è la rivoluzione dei nostri tempi”.

Sulla rivolta di Hong Kong, leggi anche l’articolo di Alessandra Colarizi su Left del 9 agosto 2019


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