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Nazionalismo, xenofobia, populismo, autoritarismo. Sono i sintomi morbosi della nostra epoca che lo storico Donald Sassoon denuncia in un suo appassionato e documentatissimo pamphlet edito da Garzanti, che Left aveva presentato in anteprima. Ora in vista del Festivaletteratura di Mantova, torniamo ad approfondire, chiedendo all’allievo di Hobsbawn e oggi professore emerito di Storia europea alla Queen Mary University di Londra di aiutarci a leggere più in profondità gli ultimi convulsi e preoccupanti eventi politici che riguardano l’Unione europea – dopo anni di fallimentari politiche di austerity – minacciata dalla Brexit e dalle mire di leader suprematisti che disprezzano le regole democratiche, da Trump a Putin, da Orbán a Salvini. L’ultima volta che l’avevamo interpellato la grande manifestazione londinese per il Remain apriva orizzonti di speranza, ma ora il premier Boris Johnson vuole sbarazzarsi del backstop sull’Irlanda e chiudere gli accordi per uscire dall’Europa.

Professor Sassoon pur di portare a casa la Brexit il 31 ottobre Johnson è disposto a tutto, anche a chiudere il Parlamento fino a quella data. Lo può fare?
Si è aperta una disputa sul fatto che lui possa fare una tale mossa. Io penso che sia improbabile che passi una decisione antidemocratica come bloccare il Parlamento. Va detto anche che la linea dura di Boris Johnson è contrastata all’interno del suo partito, i Tories.

Sta dicendo che sia ancora possibile evitare la Brexit?
C’è una piccola probabilità che non si faccia: occorrerebbe che tutti i partiti di opposizione più una trentina di deputati conservatori (poiché alcuni deputati del Labour sono a favore del Brexit) si accordassero per un voto di sfiducia verso il governo. In questo caso si aprirebbe una crisi non consueta per la Gran Bretagna e forse allora ci potrebbero essere le elezioni, con Corbyn temporaneamente premier, e forse un secondo referendum: si potrebbero aprire così molte possibilità… ma io non ci scommetterei.

Nel frattempo anche la posizione di Jeremy Corbyn è cambiata, il leader del Labour è diventato più filo-europeista?
I media lo hanno sempre descritto come antieuropeista, il che era vero trent’anni fa, ma non era vero durante la campagna per il referendum. Corbyn è stato fra i pochi ad aver parlato dei vantaggi e non solo dei problemi portati dalla Ue. Cercava di non perdere l’appoggio di quella parte dell’elettorato a favore dell’uscita (soprattutto nei seggi laburisti del Nord) ma nelle ultime settimane la posizione del Labour è diventata molto più chiara a favore del Remain e in questo senso il partito appare meno disunito rispetto a qualche mese fa.

In Sintomi morbosi scrive che l’Europa, sotto molti punti di vista, è ormai periferia del mondo, intanto aumentano le disuguaglianze, le sinistre sono in crisi e il welfare è in declino. Ma c’è ancora secondo lei la possibilità di invertire la rotta per realizzare il sogno che balenava nel Manifesto di Ventotene, creando un’Europa dei diritti non solo dei mercati?
Quel progetto è stato interrotto una decina di anni fa. Certo, l’Europa è ancora oggi l’area geografica dove ci sono più diritti sociali. Senza dubbio ce ne sono più che in Cina o negli Usa. Ma l’Europa sta attraversando un periodo di grande difficoltà non solo per via del Brexit, ma anche per il fatto che l’euroscetticismo è dilagante. Lo sapete bene voi, mentre dieci o quindici anni fa l’Italia era uno dei Paesi più filoeuropeisti, di recente si è ritrovata con un governo euroscettico. Anche in Francia dove Macron è entusiasta della Ue, Marine Le Pen ha ottenuto il 40 per cento dei consensi. Dunque le cose stanno andando molto male in Europa. Ma a dire il vero accade un po’ dappertutto. Non vanno certo bene le cose in India con il fanatico Modi, non vanno bene in Brasile con Bolsonaro, per non parlare di Donald Trump perché se ne parla anche troppo! Insomma, per dirla con understatement inglese, oggi il sol dell’avvenire non sta esattamente splendendo.

Tra i nemici dell’Europa o almeno tra coloro che mirano a cambiarne il segno politico c’è anche il presidente russo Putin: «Il liberalismo è finito, bisogna guardare da un’altra parte», ha affermato. Detto da lui mi sembra un segnale preoccupante…
È certamente un sintomo morboso. Non l’ha detto solo Putin, ma lo dice anche Orbán e l’Ungheria fa parte dell’Unione europea. Difendere il liberalismo diventa sempre più difficile, intanto i partiti della sinistra sono in grandissima difficoltà. Stanno addirittura peggio oggi che nel dopoguerra.

Matteo Salvini ha detto «datemi pieni poteri», citando Mussolini. Come si può contrastare questo populismo autoritario che vorrebbe togliere di mezzo i contrappesi democratici previsti dalla Costituzione e non tollera la stampa libera?
Lei mi sta facendo la domanda più difficile che si possa fare a uno di sinistra oggi. Risuona la vecchia domanda che anche Lenin si poneva: “Che fare?” Francamente non lo so. Come dico sempre, faccio lo storico ed è già abbastanza difficile capire ciò che è successo. Ciò che appare evidente è che la sinistra – tutta la sinistra in tutta Europa – si è dimostrata incapace nel fronteggiare i nuovi fenomeni. Parlo della sinistra tradizionale, i laburisti in Inghilterra, il Pd in Italia, i socialisti in Francia che durante le ultime presidenziali apparivano ridotti ormai al 6 per cento. L’Spd in Germania era fortissimo, oggi è al 20 per cento, è al livello più basso della sua storia. Quello che lei poneva è il problema più serio che hanno e non trovano risposta, se non ripetere ciò che dicevano in passato. Ma non si può continuare con le vecchie ricette, bisogna avere il coraggio della novità, il che non è assolutamente semplice. Guardiamo al caso di Syriza: era un nuovo partito, ha anche proposto cose innovative, ha anche vinto le elezioni, ma una volta vinte le elezioni, non ha saputo cosa fare e ora ha perso… Mi dispiace non avere la soluzione di tutti i nostri problemi.

Nel suo libro dice che Gramsci in carcere ha avuto anche il merito di riflettere sulle cause della sconfitta. La sinistra, in particolare quella italiana non ha riflettuto abbastanza sui motivi della propria crisi? Il centrosinistra italiano è stato apertamente neoliberista, ha inseguito la via blairiana, anche quando nessuno lo era più…
Pensando anche alla sinistra americana, da Clinton a Obama, direi che l’errore che la sinistra ha fatto è stato quello di accettare una parte dell’agenda politica della destra, offrendo una versione moderata delle posizioni neoliberiste e questo chiaramente non ha funzionato. Si sono comportati così perché non hanno idee nuove, ed è difficile averne. La frase di Gramsci che ho ripreso come titolo del mio libro ci parla di una situazione da cui non si sa come uscire. Altrimenti non sarebbe crisi, altrimenti avremmo un programma, si intraprenderebbero le lotte da fare. La crisi è quando il vecchio è finito e il nuovo non si sa cos’è. E per risolvere tutto questo bisogna studiare, vedere in profondità, insomma bisogna fare politica.

Un sintomo morboso dei nostri tempi è la crescente xenofobia, il razzismo. Lei documenta, dati alla mano, che l’islamofobia per esempio è inversamente proporzionale alla presenza di musulmani nelle varie aree d’Europa. Come si combatte il pregiudizio: studiando, viaggiando?
Si combatte cercando di spiegare che i Paesi dove c’è immigrazione ne sono stati avvantaggiati. Se tutti gli immigrati se ne andassero dalla Gran Bretagna crollerebbe il servizio sanitario, crollerebbe tutto. Bisogna ripeterlo, dobbiamo cercare di convincere la gente. Vorrei segnalare anche un altro aspetto: quei sondaggi che ci dicono che la Francia e la Germania sono meno xenofobe dell’Ungheria e della Polonia, ci dicono anche che in certi Paesi le persone hanno anche un po’ paura a dichiararsi xenofobe, perché la xenofobia non fa ancora parte del loro modo di pensare, non è ancora legittimata dai loro dirigenti nazionali. In Italia dove c’è Salvini che dice e fa certe cose, la gente si sente incoraggiata a fare altrettanto e la xenofobia è sdoganata.

L’intervista di Simona Maggiorelli a Donald Sassoon è tratta da Left in edicola fino al 5 settembre 2019

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