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Nelle comunicazioni al Senato con cui Giuseppe Conte ha messo la parola fine al governo gialloverde e in cui ha voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe dopo un anno di convivenza con Matteo Salvini, non è mancata un’accusa particolarmente sferzante: «Se tu avessi accettato di venire qui al Senato per riferire sulla vicenda russa, una vicenda che oggettivamente merita di essere chiarita anche per i riflessi sul piano internazionale, avresti evitato al tuo presidente del Consiglio di presentarsi al tuo posto, rifiutandoti per giunta di condividere con lui le informazioni di cui sei in possesso». Appunto, cosa sa Salvini? Quali sono stati i rapporti della Lega con il Cremlino? Qual è il ruolo di Gianluca Savoini, da sempre l’uomo del Carroccio a Mosca? Se non prendiamo sul serio le voci che da anni circolano sui contanti ricevuti da fonti russe nel 2014, quando il partito ex-padano era al 4% dei suffragi e tutto sembrava crollare, possiamo supporre che i rapporti intrattenuti in Russia dalla Lega e dagli imprenditori del Nord accompagnati a far affari nella Federazione da uomini vicini al Carroccio siano stati assolutamente legali. Ma legali, in ogni caso, non significa cristallini dal punto di vista politico.

Il Russiagate all’italiana scoppia il 10 luglio quando il portale americano Buzzfeed annuncia: «Rivelazione: l’esplosiva registrazione segreta che dimostra come la Russia abbia cercato di far ottenere milioni di dollari per il “Trump europeo”, alias Matteo Salvini». Si tratta di un colloquio del 18 ottobre 2018 tenutosi all’Hotel Metropol di Mosca all’indomani della venuta nella Capitale del capo della Lega, tra due faccendieri russi e tre italiani sull’ipotesi di acquisto di idrocarburi della Federazione da parte italiana, da cui la Lega otterrebbe una “stecca” di 3 milioni di euro. La vicenda apparterrebbe solo al folklore di un certo business all’amatriciana sul suolo russo – con tutte le sue venature picaresche di cui chi ha vissuto in Russia dopo il 1989 potrebbe trarne un libro – se non fosse che a far da grande cerimoniere all’incontro e a dargli spessore politico era presente Gianluca Savoini, il quale parla apertamente dell’utilizzo di questi soldi per l’imminente campagna elettorale europea in chiave sovranista e “contro Bruxelles”. La magistratura italiana ha aperto un fascicolo sulla vicenda e ne trarrà le sue conclusioni ma evidentemente resta irrisolto il problema del rapporto tra Savoini, tesserato alla Lega sin dagli esordi, e Salvini. Il quale potrebbe trarsi d’impaccio se fosse così adamantino come vorrebbe far credere, querelando Savoini e rispondendo alle interrogazioni parlamentari che iniziano a fioccare.

Ma il capitano non fa né l’uno né l’altro. Lascia che il premier vada a pelare la sua gatta in aula ed evita accuratamente di dar seguito alla preannunciata denuncia contro Savoini. I motivi sono evidenti: se Savoini vuotasse il sacco metterebbe nei guai il suo capo. Savoini ha un certo curriculum a Mosca. Pur non sapendo sillabare una parola nell’alfabeto cirillico, gestisce da molti anni l’Associazione Lombardia-Russia, che mentre aiuta gli imprenditori italiani a fare business in Russia tesse legami con gli ambienti fascistoidi e euroasiatisti dell’ormai ex professore Alexander Dugin. Business in Russia che indirettamente, e per mezzo di intermediazioni, permetterebbe di far finire qualcosa anche nelle casse della Lega, in uno schema simile formalmente legale, pur in un contesto storico diverso, a quello del Pci ai tempi dell’Urss. Del resto è stato Savoini a introdurre Salvini, a caccia di relazioni dirette con il suo venerato Putin, negli ambienti della Duma di Mosca. E non a caso i viaggi a Mosca del leader della Lega, in varie vesti, si moltiplicano a partire dal 2014 quando il Carroccio svolta verso le forze dell’estrema destra europea. Savoini avrebbe quindi….

L’articolo di Yurii Colombo prosegue su Left in edicola dal 30 agosto 2019


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