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Una testa un voto è stato un cardine della democrazia parlamentare e della coesione sociale. Un lusso che il neoliberismo non può permettersi producendo mostri giuridici in serie. Fino alla riduzione dei parlamentari dei Cinquestelle

Intrecciato con la crisi di governo, in questa estate di fuoco, prova a fare irruzione nel dibattito pubblico il sistema proporzionale. «Sistema elettorale – recita la Treccani – per il quale l’assegnazione dei seggi avviene in modo da assicurare alle diverse liste un numero di posti proporzionale ai voti avuti». È l’antidoto a quei «pieni poteri» invocati da Salvini aprendo la crisi dopo aver incassato il secondo decreto sicurezza e il Tav.

Una testa un voto, insomma, quel principio che – legato all’idea per cui a parità di lavoro debba essere corrisposto lo stesso salario – è stato a lungo il cardine della democrazia parlamentare e della coesione sociale. Un lusso che il neoliberismo non può permettersi. «Lo spiegò bene nel 1975 la Trilateral Commission quando ha scritto dell’insostenibilità dello stato sociale nel suo manifesto: The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies», ricorda a Left Gianni Ferrara, classe 1929, costituzionalista ed ex deputato eletto nelle liste del Pci. Tuttavia, se il proporzionale si riaffaccia nel vocabolario politico di fine estate, è per ragioni contingenti: la combinazione fra il taglio dei parlamentari (v. Left del 9 agosto) della “riforma” Fraccaro (il cui ultimo voto è in calendario il 9 settembre e per la quale il Pd ha sempre votato contro ndr) e il Rosatellum, il sistema elettorale in voga, potrebbe far schizzare alle stelle il bottino di seggi di un’alleanza sovranista tra Salvini, Meloni e i suoi fratelli.

Il Pd, poi, è nato da una “vocazione maggioritaria” e le ragioni di “una testa un voto” non albergano nel Pantheon di valori di Zingaretti e Renzi. Tantomeno in quello del M5s che…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left
in edicola dal 30 agosto 2019


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