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Quelli a cui è sfumato il blitz, che prevedeva mozione di sfiducia e voto in autunno in rapida successione, urlavano: «Chi ha paura del popolo?», «È il momento di dare voce al popolo!». Il popolo, quello reale, fatto di persone in carne ed ossa, sa esprimersi con la propria voce, ma spesso non viene ascoltato. Quello di cui parlano loro, invece, è un popolo “italiano”, indistinto, informe, quasi un corpo mistico, ma in vacanza, quindi smobilitato. Pur con grande copertura mediatica, durante questa crisi di governo estiva non si è parlato d’altro.

Nella prima mano della partita, chi ha dato le carte ben conosceva i regolamenti parlamentari. Non a caso è stato un ex presidente del Senato a fornire la prima indicazione tecnico-politica su come comportarsi per far fallire la sfiducia a Conte. Nel Palazzo, in effetti, c’era e c’è effettivamente paura delle elezioni anticipate e ravvicinate. Tuttavia, se le mosse saranno dettate solo dalla paura della vittoria di un movimento ai bordi della democrazia, ma anche del proprio destino personale, è difficile immaginare la costruzione di un esecutivo lungimirante, all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.

Nel frattempo, per le forze politiche italiane i reali risultati elettorali delle europee e quelli virtuali di sondaggi e proiezioni restano un monito costante. Quale sarà l’esito finale è presto per prevederlo. Sulla scena gli attori politici devono seguire il loro copione, e più smarriscono i contatti col proprio retroterra politico-sociale, più i loro gesti contengono fatti simbolici, gli unici che garantiscono un immediato, ma effimero, ritorno d’immagine.

Tuttavia, in questa situazione si pone l’opportunità concreta di mettere al centro del dibattito politico una riforma decisiva: quella della legge elettorale. Altro che voce, le forze politiche devono ridare ai cittadini il diritto di votare secondo Costituzione, facoltà che ci è stata rubata nel…

L’articolo di Felice Besostri prosegue su Left in edicola dal 30 agosto 2019


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