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Nel mese di marzo del 415 d.C., ad Alessandria, una donna viene brutalmente assassinata. Non era un delitto “passionale”, nel senso che siamo abituati ad attribuire a questo termine pur improprio. L’autore del crimine non era un marito tradito, un amante respinto e abbandonato. L’unica cosa che sappiamo di lui era che odiava selvaggiamente quella donna: a provarlo, infatti, è l’incredibile, disumana crudeltà dell’uccisione.

Dopo averla seviziata e uccisa con dei cocci appuntiti, l’assassino aveva fatto la sua carne a brandelli, aveva cavato gli occhi dalle orbite e aveva dato alle fiamme i poveri resti. Uno scempio inaudito che peraltro svelava almeno parte del mistero: ad ucciderla non era stata una sola persona, era stata una folla inferocita.

Ma per quale ragione? Chi poteva essere, chi era la donna che aveva suscitato un simile odio? Si chiamava Ipazia, quella donna, e…

L’articolo di Eva Cantarella prosegue su Left in edicola dal 6 settembre 2019

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