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Sei giorni e cinque notti. Tanto è durata l’ultima odissea di Mare Jonio, la nave di soccorso della missione Mediterranea. A bordo, assieme allo staff di volontari della ong nata nel 2018 da una rete di associazioni e centri sociali, c’erano 98 sopravvissuti. Profughi, strappati alle onde del mare la mattina del 28 agosto. Il tubolare di destra del gommone che li aveva portati al largo di Misurata si era bucato, costringendoli ad una deriva di due giorni e due notti, senza acqua e cibo. Tra loro, 22 bambini sotto i dieci anni, altri sei minorenni, 26 donne, di cui almeno otto in stato di gravidanza. In fuga da violenze indicibili. Ma non sufficienti, evidentemente, per evitare che la nave ricevesse subito il divieto di sbarco – previsto dalla legge Sicurezza – da parte del governo italiano uscente. Firmato: Matteo Salvini, Elisabetta Trenta, Danilo Toninelli.

Poi, il «trasbordo della vergogna» di 64 persone – donne, bambini e malati – su una motovedetta della Capitaneria di porto, al largo di Lampedusa. Mentre calava la notte, il mare in burrasca, con tutti i pericoli del caso. Infine, lo sbarco di altre persone in gravi condizioni, e l’incredibile epilogo il 2 settembre: l’autorità portuale concede il permesso di entrare in acque territoriali e far scendere a terra i migranti per «motivi sanitari», mentre le Fiamme gialle consegnano alla ong una multa da 300mila euro per…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 6 settembre 2019

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