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Leggendo il libro Nuotando nell’aria (La nave di Teseo) mi ha colpito innanzitutto come tu sia stato capace di metterti a nudo. Per chi non ti conosce, potrebbe essere una sorpresa sapere come tu sia in realtà una persona molto sincera, passionale e diretta. Lo sei sempre stato. Tuttavia ora, che festeggiate i trent’anni di carriera, senti che qualcosa è cambiato in te?
Non riesco a vivere queste ricorrenze con il peso che si presume si porterebbero dietro. Non ci penso, e dunque non penso molto al fatto che siano passati trent’anni – e se ci penso mi stupisco più che altro con un bel “wow” interiore di autocompiacimento. Di sicuro sono sempre stato uno che non ha mai amato l’ipocrisia delle paraculaggini, per cui di ciò che poteva riguardare i Marlene Kunto il sottoscritto nella loro intima essenza o nei confronti col mondo, ho sempre gradito non nascondere nulla o quasi, né fingere una cosa al posto di un’altra, come invece si usa fare in genere per ovvie convenienze. È un tratto caratteristico che potrebbe a volte aver nuociuto alla nostra carriera. Giusto un po’. Ma tant’è: siamo ancora qua…

Ho trovato molto interessanti i numerosi spunti che dai riguardo al momento creativo della scrittura dei testi. Ad esempio, quando parli della sensazione di “tensione” che si prova nel tentativo di arrivare alla giusta soluzione e del “rilassamento” quando si giunge a un punto. Ribadisci anche in questo libro che la scrittura per te ha a che fare con il “gioco”. Comprendo bene quanto intendi: un “gioco” degli incastri per tradurre delle immagini in parole che suonano bene dentro a uno schema musicale. Tuttavia a mio parere, alla base della scrittura c’è sempre un guizzo della fantasia, quell’“araba fenice” che nasce nella «convivenza del sogno e della veglia» per citare Montale da te riportato, che l’esperienza del mestiere aiuta a sapere incanalare meglio. Ovvero: quella sensazione di tensione non è solo paura del foglio bianco, ma l’araba fenice stessa. Possiamo affermare una cosa simile?
Certo che sì: quanto ho detto non cozza con quanto sostieni tu. Non negano, le mie parole, la componente della fantasia, che anzi ritengo – e come potrebbe essere altrimenti? – essenziale. La fantasia poi può esserci in grande quantità o meno e proprio grazie al gioco essa può essere favorita e spremuta. Come spero di aver dimostrato nel libro, non si tratta di un gioco banale: si tratta semplicemente di capire che un buon componimento arriva da qualche stratagemma utilizzato dall’autore, dando per scontato, o cercando di dimostrarlo, che un testo per una canzone non arriva come per incanto bello e finito da quel guizzo di fantasia di cui parli. Quel guizzo, al limite, regala all’autore uno o due versi (il “sogno” stando a Montale), ma poi il resto arriva grazie agli stratagemmi dell’autore (la “veglia”, sempre secondo Montale). E io, per necessità di sintesi, ho individuato nel “gioco” la parola che potesse riassumere questi..

L’intervista di Giulia Villari prosegue su Left del 6 settembre 2019

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