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«Quando mi sono messo a scrivere e riscrivere questo libro mi sono accorto che avremmo avuto il peggior governo della storia repubblicana, al netto di Tambroni», racconta Salvatore Veca parlando delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il libro Qualcosa di sinistra, idee per una politica progressista (Feltrinelli). «Ciò che mi faceva impressione è che pochi parlassero, pochi proponessero idee, pochi prendessero in considerazione il senso della sinistra nel XXI secolo», approfondisce. «La mia generazione ha tentato di fare qualcosa in questo senso, ora il nostro dovere è passare il testimone, trasmettere un sapere, fare in modo che certe culture politiche permangano» dice il filosofo a proposito dei temi ai Dialoghi di Trani sono stati al centro di un incontro al quale ha partecipato anche la filosofa e saggista Elena Pulcini.

Professor Veca, una sinistra degna di questo nome dovrebbe lavorare, innanzitutto, per la piena applicazione dell’articolo 3 della Carta che parla di uguaglianza e di rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona?
È questo il punto centrale. L’articolo 3 della nostra Costituzione è la stella polare. Ma dei due commi dell’articolo 3 il ceto politico contemporaneo temo non sappia nulla, o quasi. Allargando lo sguardo al quadro europeo è importante rimettere al centro l’articolazione della pari dignità delle persone, cardine della carta di Nizza. Gli obiettivi e gli ostacoli da rimuovere? Li troviamo anche nell’agenda 2030 approvata dall’assemblea generale dell’Onu nel 2015: riguardano lo sviluppo sostenibile, la lotta alla povertà, la parità di genere, la lotta alle disuguaglianze, al cambiamento climatico, alla desertificazione. E poi lavoro dignitoso per le persone, economia circolare, inclusione.

L’agenda politica per una sinistra del XXI secolo deve avere alla base indirizzi di giustizia intergenerazionale, come lei ha scritto.
Dobbiamo far coincidere giustizia sociale e ambientale. Sono principi inestricabilmente connessi all’idea di una nuova umanità e di un solo pianeta. “Abbiamo una tecnologia tale che potremmo distruggere un intero pianeta, ma non ne abbiamo abbastanza per costruirne un altro”, diceva uno scienziato come Stephen Hawking. Dunque il compito principe delle formazioni politiche è ridurre le disuguaglianze, in una visione non solo europea, ma universalistica, globale. Dobbiamo impegnarci per la globalizzazione della giustizia, dei diritti, contro la globalizzazione dei mercati, che oggi sono oligopoli globali. Lo vediamo ogni giorno con le politiche distruttive di Trump, di Bolsonaro in Amazzonia e di Putin che fa bruciare la Siberia, mentre la Cina sta ridisegnando profili di green economy per un predominio globale.

Contro tutto questo si stanno muovendo le nuove generazioni, sta emergendo una nuova sensibilità?
Mentre stavo scrivendo questo libro lessi un trafiletto su un giornale: parlava di una ragazzina che andava davanti al Parlamento per parlare di equità sociale e ambientale, di sviluppo sostenibile. L’impegno di Greta Thunberg mi colpì subito moltissimo. La questione sollevata dai giovani dei Fridays for future è dirimente. Serve una prospettiva di sviluppo multidimensionale non di crescita unilaterale. Quale visione ha delle persone e della responsabilità la sinistra? Vorrei si ragionasse su questo. Senza visione non ci può essere un vero cambiamento. È stato detto che le ideologie non esistono più. Ma alcune forme persistono, eccome: il populismo è ideologia. Il liberismo è una ideologia. Lo è il sovranismo, che racconta balle, leggende metropolitane. Perché non dovremmo contrastarle sul piano della visione e proporne una nostra contro gli imprenditori politici della paura e i trafficanti della disumanità?

Oltre ad un bagno di realtà alla sinistra oggi servirebbe uno scatto di immaginazione e di coraggio?
Il dato di realtà ci dice che oggi le sinistre in Europa sono ormai in una situazione di declino severo. Ad eccezione della Spagna e del Portogallo il centrosinistra è in crisi ovunque, se guardiamo alla Francia i socialisti sono ridotti ai minimi termini. Nelle regioni scandinave le socialdemocrazie storiche sono fronteggiate da forme di populismo e altre forme reazionarie. In Italia abbiamo visto un declino costante del Pd e anche Leu, Sinistra italiana ecc. non raggiungono grandi numeri. L’Austria che era straordinariamente modellata dalla socialdemocrazia oggi è in preda alle destre. La Germania riunificata ha visto crollare l’Spd, mentre avanza l’estrema destra. È vero, il Labour guidato da Corbyn è un’altra cosa, ma la patria del parlamentarismo oggi si ritrova con Boris Johnson che come Carlo Stewart vuole sospendere il Parlamento.

Dove affondano le radici di questa crisi diffusa?
Non è facile rispondere in modo sintetico. Comincerei col notare che oggi le forme di azione collettiva (come lo erano i partiti di massa a largo insediamento sociale) si sono modellate su una certa pelle della società. Una volta al centro c’era la classe operaia in lotta contro lo sfruttamento e si faceva avanzare il benessere lottando per i diritti di coloro che ne erano privati. Il corpo a corpo con il capitalismo è stato questo nella nostra tradizione, una intensa dialettica sulla base di una visione e sulla base di una utopia realistica.

Ora questo tipo di società ha subito una grossa trasformazione?
Certe élite dirigenti delle sinistre non si sono accorte che stavano perdendo progressivamente la base, hanno cercato di nascondere l’emorragia di rappresentanza politica e sociale. E hanno semplicemente cercato di ottenere i migliori compromessi negoziali con il capitalismo mondiale.

E non hanno più parlato in termini di classe?
È difficile oggi ragionare in termini di classe perché la società è fortemente individualizzata. Gli operai ci sono, non è che siano spariti. In termini numerici ci sono ancora, ma è la classe operaia che è venuta a mancare. Non ci sono più i luoghi di produzione che hanno accompagnato il fordismo, il toyotismo eccetera. Oggi il massacro del lavoro è una realtà mondiale. E chi ha preso in carico, in modi nefasti, le sofferenze della società? La Lega, l’Afd, la Le Pen, Forza nuova. Se non hai una visione, non una prospettiva utopistica in senso negativo, ma una prospettiva di emancipazione che apra archi di speranza, non riesci a comunicare a milioni di persone.

Esiste sperò una realtà diffusa di movimenti di opposizione alle politiche razziste e di esclusione.
C’è l’Italia del volontariato, dei movimenti di base, dell’impegno civile, l’Italia di chi è utile a sé e agli altri, c’è l’Italia che fa integrare gli immigrati, ma non viene valorizzata, se tu non fai leva sulla visione sei preda di quelli che predicano il cinismo, sei preda dei professionisti della paura o dei Masaniello, diciamoci la verità.

Pensa che la «politica del disumano, razzismo, fascismo strisciante» abbia finalmente subito una battuta d’arresto, dopo questa crisi di governo? C’è stata una tenuta parlamentare e democratica che ha fatto un cordone sanitario intorno a chi chiedeva pieni poteri…
Della parlamentarizzazione della crisi va dato atto anche al presidente del Consiglio Conte, che è apparso come… una specie di Zelig. Dalla fine di luglio Conte ha assunto una certa autonomia, ha ordinato al ministro dell’Interno Salvini di far sbarcare almeno i minori a bordo della nave della Ong Open Arms . Ho avuto anche l’impressione che questa crisi di governo riaccendesse l’interesse della popolazione verso la politica. Anche il Pd è rientrato in gioco (anche se su questo dovremmo mettere della clausole di prudenza). Il tentativo di Zingaretti di tenere insieme una comunità politica, l’atteggiamento di interesse espresso dai cittadini sono cose molto positive, innescate dalla più goffa e suicida manovra parlamentare di uno “stupido” che ha chiesto pieni poteri dimenticandosi che c’è un Parlamento, che c’è un presidente della Repubblica, che ci sono contrappesi democratici ecc.

Qual è la sfida ora?
La vera sfida adesso è cercare di costruire un governo di legislatura. Ci sono cose, purtroppo, che non puoi non fare. È chiaro che purtroppo questa finanziaria sarà una catastrofe sulla pelle delle persone. Però non puoi non farla. Bisogna disinnescare l’aumento dell’Iva, bisogna riportare l’economia sotto i paramenti europei che però, potranno anche essere ammorbiditi. Andare alle elezioni a novembre era irresponsabile, ma se dopo una manovra lacrime e sangue non sono in grado di mettere in moto un’agenda democratica e di legislatura allora lasceranno un grande campo alla destra.

Prioritaria è l’abolizione dei due decreti sicurezza su cui anche il presidente Mattarella ha fatto importanti rilievi?
È fondamentale. Io avrei preferito che il presidente Mattarella non li firmasse. Io sono stato fra quelli che hanno lanciato una petizione perché evitasse di firmare perché sono due provvedimenti totalmente e chiaramente incostituzionali e contro il diritto internazionale. Anche qui è una questione di visione. Non servono tattiche momentanee, occorre vedere che l’immigrazione è un fenomeno strutturale. Se hai questa visione della migrazione allora sì che puoi avere voce in Europa.

Prioritario è anche un piano di investimenti per la scuola e la ricerca?
Siamo molto al di sotto dei parametri previsti dal trattato di Lisbona per quanto riguarda gli investimento in education, ricerca, scuola, università. L’idea dello sviluppo sostenibile non è solo un obiettivo etico di responsabilità verso se stessi e verso il mondo e le generazioni future, ma è anche un’opportunità di lavoro. Dobbiamo ripartire dall’articolo 1 della Costituzione perché oggi il lavoro è diventato un’avventura di schiavitù, di precariato, di caporalato al sud come al nord con i migranti costretti a lavorare per un euro e 50 all’ora. In questo quadro una manovra lacrime e sangue è accettabile solo c’è una grande agenda di costruzione del futuro. I ragazzi van via perché non hanno futuro. Pretendiamo un’agenda per il futuro e per ragionevoli speranze.

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