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Mentre assistevamo alla crisi politica più stramba della storia repubblicana, se ne consumava un’altra meno visibile, meno raccontata, meno indagata a fondo dai media. Una crisi che in realtà si verifica senza soluzione di continuità durante tutto l’anno, ma è quello estivo uno dei periodi in cui i centri antiviolenza registrano il maggior picco di richieste di accoglienza da parte di donne in fuga – da sole o con i loro figli – da relazioni pericolose per la loro incolumità psicofisica. Certo non per colpa del caldo. «I periodi festivi in genere sono sempre quelli di maggior lavoro per i centri antiviolenza» ci racconta Francesca Innocenti, presidente del Centro donna Lilith di Latina, che è in grado di fare una statistica attendibile in quanto dal 1991 a oggi più di tremila donne vi sono state ospitate, e dal 2003 almeno 200 bambini vi hanno trovato rifugio con le loro mamme.

La casa rifugio del centro Lilith con soli sette posti letto disponibili potrebbe sembrare una piccola realtà, ma i numeri rendono bene l’idea di quanto sia importante la sua presenza sul territorio. Considerando anche che sono gli unici posti disponibili in tutta la provincia di Latina dopo che l’altra casa rifugio della zona è stata chiusa. E questo purtroppo non è un caso isolato. Come i nostri lettori sanno, più volte purtroppo ci siamo trovati a denunciare la scarsa sensibilità delle amministrazioni locali di fronte al ruolo sociale che ricoprono i centri antiviolenza. Si pensi alla Casa internazionale delle donne di Roma che è sotto sfratto. Oppure al Centro di Tor Bella Monaca che ha rischiato di scomparire più volte per mancanza di fondi. Siamo in uno dei quartieri più “problematici” della Capitale e qui nel 2015 è stata inaugurata la biblioteca “Marie Anne Erize”. Questo polo culturale interamente aperto al pubblico con il patrocinio del VI Municipio di Roma e delle Ambasciate d’Argentina e di Francia vanta un patrimonio di oltre 3mila volumi. Ed è impossibile non pensare a quello che sta accadendo sempre a Roma, dove lo sgombero della casa delle donne Lucha y siesta ha privato la capitale del 60% dei posti letto disponibili in case rifugio (secondo la Convenzione di Istanbul dovrebbero essere trecento, ora non arrivano a cinquanta). Allargando lo sguardo sulla situazione italiana, l’associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) ha rilevato che nel 2017 in Italia i centri antiviolenza hanno accolto 13.956 nuovi casi, di cui il 15% erano donne tra i 18 e i 29 anni. Anche questo dato ci fa capire che la situazione è critica, ma dal nuovo governo non arrivano segnali incoraggianti.

Nel programma del Conte II – che su 21 ministri conta solo 7 ministre – si parla soltanto una volta delle donne, e in chiave imprenditoriale. Dire che la prevenzione dei femminicidi e la lotta alla violenza sulle donne resta marginale è dire poco. E non si può certo pensare di aver risolto la questione con il Codice rosso, basti pensare ai dieci omicidi – tra cui quelli di Elisa Pomarelli, Atika Gharib ed Eleonora Perraro – avvenuti dall’8 agosto in poi, giorno in cui è entrata in vigore la legge 69/19. Una norma pensata anche per velocizzare l’iter giudiziario delle denunce contro un uomo violento. Ma la velocità è proprio il difetto più grande di questa misura. «Il Codice rosso non considera il volere delle donne», osserva Francesca Innocenti. Quello che ha rilevato nel suo centro antiviolenza di Latina, infatti, è che non si rispettano i tempi, diversi per ciascuna donna, necessari a prendere consapevolezza della violenza subita che molto spesso non lascia lividi ma è invisibile perché agisce a livello psicologico. «Lavorare…

L’inchiesta di Alessia Gasparini prosegue su Left in edicola dal 20 settembre 2019

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