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E se molti dei guai in cui sta l’Unione europea dipendessero da essersi costituita seguendo una sorta di autonomia differenziata, come quella regionale ora in discussione in Italia? Vediamo e ragioniamo. Secondo l’indagine del 2018 dell’Health consumer powerhouse, ente di ricerca svedese molto accreditato tra le istituzioni europee, che valuta i sistemi sanitari (e assegna loro un punteggio) in base al mix di dati statistici ufficiali e al livello di soddisfazione dei cittadini, considerando 46 parametri di riferimento, l’Italia si attesta al ventesimo posto in Europa.

Gravano sul nostro sistema soprattutto le fortissime differenze regionali, che vanificano elementi positivi – come l’alta aspettativa di vita – registrati ad esempio da un’altra classifica, quella di Bloomberg. Ma molto forti sono anche le differenze rilevate tra i diversi Paesi in Europa.

In testa è balzata la Svizzera con 893 punti. Poi Olanda con 883, Norvegia con 857, Danimarca con 855. La Francia sta a quota 796; la Germania a 785, la Spagna a 698 e l’Italia a 687. Ultima l’Albania a 544. Appena meglio Romania, 549, Ungheria, 565, Polonia, 585. Le differenze dunque sono assai marcate. E stiamo parlando, ricordiamolo, di un elemento fondamentale della nostra vita, quale è la salute.

Tali disparità non riguardano solo i Paesi dell’Est, ultimi entrati, ma anche i membri storici, tra i quali le distanze sono comunque significative. Distanze legate anche a modelli operativi diversi visto che all’interno della Unione europea per i singoli Stati permane la piena autonomia di scelta e gestione del proprio sistema sanitario.
In Francia e Germania, ad esempio, si prevede il finanziamento con l’iscrizione obbligatoria all’assicurazione sanitaria, che rimborsa le spese mediche ai cittadini. In Italia invece si prevede…

L’articolo di Roberto Musacchio prosegue su Left in edicola dal 20 al 26 settembre

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