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Quando uscirono i primi libri di Svetlana Aleksievič fu una ristretta cerchia di lettori ad apprezzarla in Italia. E grande merito degli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola delle Edizioni e/o fu non solo aver avuto il fiuto di scoprire il suo talento, ma anche di continuare poi a mantenere in catalogo i suoi libri quando il successo era ancora lontano. Sarebbe arrivato solo nel 2015 con il Premio Nobel per la Letteratura.

Un riconoscimento che – va detto – non ne ha fatto un’autrice seriale; Svetlana Aleksievič non ha cambiato il proprio modo di scrivere, meticoloso, puntuale, costruito con migliaia di interviste, realizzate conquistando a poco a poco la fiducia delle persone, per trovare un’apertura, un ricordo, un segreto da condividere.

Da migliaia di pagine di conversazioni prendono forma romanzi che tratteggiano un proprio e originale universo, tessendo voci e testimonianze raccolte sul campo. Alla base, fedeltà alla storia e interesse per l’altro, rispettandone i sentimenti più profondi, cercando spicchi di umanità nelle situazioni più dure.

Così Aleksievič ha raccontato la guerra vista dai bambini. Ha raccontato le donne nella seconda guerra mondiale, rivelando gli effetti doppiamente devastanti che il conflitto ha avuto su di loro. Ha raccontato i vecchi comunisti che ci avevano creduto e che poi si sono smarriti di fronte al fallimento. Ha raccontato, in anni più recenti, i giovani russi, i ragazzi di zinco, che sono andati in Afghanistan convinti di fare una guerra per il socialismo e invece si sono trovati a combattere una guerra neo imperialista. Ha raccontato il disastro ambientale del 26 aprile 1986, quando esplose la centrale nucleare di Černobyl’.

Ma Svetlana Aleksievič non è una collezionista di catastrofi, piuttosto è una narratrice di sentimenti, di relazioni, di tutte le forme d’amore che resistono. «Si trattava di raccontare l’orrore e ha trovato un modo per fare poesia», ha detto di lei Goffredo Fofi cogliendo il senso profondo del suo scrivere. 

Erede della grande letteratura russa, della polifonia di Dostoevskij e insieme della tradizione dell’inchiesta sociale, Aleksievič cerca di dare voce a chi non ce l’ha. Riportando in primo piano i veri testimoni della storia, quelli che l’hanno fatta e che non si trovano sui manuali e nella Storia ufficiale. Da qui ha preso le mosse la nostra conversazione nell’ambito di Pordenonelegge, dove ha ricevuto il premio La storia in un romanzo. «In ogni persona c’è un testo piccolo o grande che sia», lei ha scritto. Quando ha cominciato a creare un romanzo di voci? Potremmo definirli romanzi collettivi?

«Comincerei col dire che una cosa è ciò che le persone raccontano e un’altra cosa è quello che io scelgo di registrare e di raccontare rispetto a ciò che le persone dicono, perché corrisponde a una mia personale visione del mondo». Così come diversa, da persona a persona, è l’impressione in chi legge: «Nelle varie voci delle mie interviste qualcuno percepisce una specie di grande affresco patriottico, mentre altri vedono altro, io stessa, per esempio sono fra quanti vi vedono altro», sottolinea la scrittrice che ha conosciuto l’esilio e ha vissuto in molti luoghi diversi, compresi Torino e Pontedera (che ospitava anche il teorico e fondatore del teatro povero Jerzy Grotowski). «Sono vissuta dieci anni all’estero come esiliata, sono stati tempi non facili per tanti motivi. I miei genitori sono morti senza la mia presenza, è stato molto duro per me».

Bielorussa, di madre Ucraina, Svetlana Aleksievič ha dovuto fare i conti con due regimi, quello bielorusso di Lukashenko e quello russo di Putin. In Ucraina, di recente, è stata minacciata da un gruppo ultra nazionalista per il modo in cui ha raccontato il conflitto in atto nel Paese, con testimonianze senza filtri.

«Vede, io sono nata in campagna, i miei genitori erano insegnanti di campagna e avevamo la casa piena di libri», racconta a Left. «Ma più dei libri che leggevo mi interessava quel che sentivo fuori casa, in strada, quando gli anziani si sedavano lì sulla panchina e raccontavano del passato, quando parlavano i vecchi partigiani. Tutto quello che ascoltavo aveva per me un’attrazione molto più forte rispetto a ciò che trovavo sui libri. Le voci della gente continuavano a risuonare nella mia testa, in un certo senso mi perseguitavano, fin quando ho deciso di cominciare a scrivere». 

La tradizione letteraria russa le ha indicato la strada avendo al suo interno anche un solido filone di letteratura sociale. «Esiste da noi il romanzo documentale, costruito su testi raccolti, sulle voci della gente che poi l’autore rielabora in modo personale e artistico, dando vita a forme letterarie», dice Aleksievič ricordando che in Russia la letteratura ha sempre avuto un compito alto. «La letteratura russa si prefiggeva di avere una influenza positiva sulla gente, cercando di modificare il modo di vedere le cose. Come possiamo constatare non ha avuto grande successo. Ma se non ci fosse stata la letteratura le cose sarebbero andate ancora peggio», commenta l’autrice di Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Bompiani) convinta che i letterati debbano continuare a fare il proprio lavoro: «Il nostro compito è metterci sempre dalla parte del bene, sostenere e lavorare per il bene. Non sempre è possibile ma non dobbiamo smettere di provarci, l’odio non salverà mai il mondo, solo l’amore può farlo». 

Con molto rispetto e ascolto profondo costruì il suo primo libro dedicato alle donne sovietiche in guerra, facendoci scoprire il punto di vista delle donne soldato, ferite due volte. «Il loro vissuto era stato fino allora trascurato dalla nostra letteratura, sebbene costituisse un fatto abbastanza unico: un milione di donne soldato del nostro Paese hanno partecipato attivamente alla Seconda guerra mondiale; donne arruolate anche come tiratrici scelte, addette all’artiglieria. Fino ad allora era esistito solo lo sguardo dell’uomo sulla guerra, cioè quello che andava bene al sistema».

Siamo ancora ostaggio della cultura della guerra, le chiediamo. Nazionalismi e sovranismi ci stanno riportando in quella direzione?

«Sì viviamo ancora in una cultura di guerra – risponde – basta accendere la tv e quello che vediamo ci porta indietro non al secolo scorso, ma addirittura al XVII secolo, l’unica differenza è che sono cambiate le tecnologie belliche. Quando ho scritto La guerra non ha un volto di donna (pubblicato in Italia da Bompiani, ndr) pensavo comunque di scrivere un libro contro la cultura della guerra che smascherasse la retorica dei generali. Infatti per tre anni, dopo averlo terminato, non sono riuscita a pubblicato, per via della censura. Il censore obiettava: dopo aver letto questo libro chi vorrà mai andare in guerra e combattere? Ancora oggi in Russia dire che si è contro la guerra è quasi un crimine. Ma io penso che si possano e debbano combattere le idee, non le persone».

In ben cinque libri Svetlana Aleksievič ha raccontato l’uomo rosso, l’utopia comunista che degenerò in una dittatura sanguinaria, un’utopia che oggi non esiste più. «Anche in quel caso mi sono immedesimata completamente, alla fine ero io l’uomo rosso», racconta. E oggi? «Siamo sconcertati, perché siamo in una situazione completamente nuova. Negli anni Novanta, dopo la caduta del muro, credevamo tutti nella libertà, credevamo tutti di aver vinto, di esserci lasciati il passato definitivamente alle spalle e invece vediamo qual è la situazione, con l’avanzare della cultura dell’odio, con il putinismo e il trumpismo. Per contrastare tutto questo – ribadisce Aleksievič – dobbiamo unirci, essere sempre più consapevoli e rimanere fedeli ai nostri ideali».

Qualcosa forse si sta muovendo, anche con le proteste giovanili in Russia, con i giovani dimostranti che leggono la Costituzione, sfidando la repressione messa in atto dalle forze dell’ordine. E una sensibilità nuova sta crescendo sul versante della salvaguardia dell’ambiente per fermare il cambiamento climatico, per uno sviluppo sostenibile, con le manifestazioni che i giovanissimi dei Fridays for future organizzano anche per questo 27 settembre.

Lo scorso giugno è andata in onda anche in Italia la serie Chernobyl in cinque episodi. Ad ispirarla è stato il libro di Aleksievič Preghiera per Chernobyl, pubblicato in lingua russa nel 1997 e tradotto in Italia nel 2004 dalle Edizioni e/o. «Vediamo ogni giorno come stiano cambiando la natura e il clima. Non sempre riusciamo a controllare le tecnologie di cui disponiamo. Non sappiamo neppure quanto a lungo dureranno gli effetti dell’esplosione di Chernobyl: c’è chi dice decine di anni, chi centinaia. La gente comincia a capirlo», dice la scrittrice commentando il successo della serie che è stata vista da 650mila persone in tutto il mondo. «Sono moltissimi i giovani, che ne hanno preso spunto per delle discussioni e approfondimenti. Sì, sta davvero nascendo una nuova coscienza ecologica e ambientale, di questo sono molto contenta».

L’intervista di Simona Maggiorelli a Svetlana Aleksievic prosegue su Left in edicola fino al 3 ottobre 2019

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