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L’identità italiana sarebbe fondata sul tortellino ripieno di carne e sul crocifisso, secondo Matteo Salvini. Intanto in Europa, la presidente di Commissione, l’ultra liberista Ursula von der Leyen, parla di difesa dello «stile di vita europeo», strizzando l’occhio ai sovranisti. Il dibattito intorno all’identità, italiana ed europea, «si è ormai infilato nel vicolo cieco di un nazionalismo muscolare», farcito di retorica e propaganda, scrive Christian Raimo nel libro Contro l’identità italiana (Einaudi), un incisivo pamphlet che mira a smontare quest’inganno.

«Ogni volta che scoppia una polemica come quella sul vero tortellino noto una confusione fra il ragionamento sull’identità e il ragionamento sulla storia», commenta lo scrittore, da qualche tempo impegnato anche come assessore alla cultura nel III Municipio a Roma. «In Italia c’è un deficit di riflessione storica, per cui ogni tradizione, anche la più semplice, come quella del tortellino o della carbonara (analizzata in un bel libro di Alessandro Trocino) diventano occasione di disputa sull’identità e sull’autenticità. Io penso che ogni autenticismo sia una forma di falso storico – sottolinea Raimo -, perché la storia è fatta di interpolazioni, di revisioni, di ripensamenti, di pluralità. I fenomeni storici sono sempre in trasformazione».

Questo vale anche per il crocifisso? Il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha detto che andrebbe tolto dalle aule, meglio appendere mappe geografiche o articoli della Costituzione.

Il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha detto che andrebbe tolto dalle aule, meglio appendere mappe geografiche o articoli della Costituzione.Nel 2019 siamo un Paese sufficientemente maturo anche nei confronti del rispetto dei culti. Togliere il crocifisso dalle aule tutela la laicità dello Stato, ma tutela anche la possibilità di chi crede di sentirsi rispettato.

L’ostentazione dei simboli religiosi ha caratterizzato il governo giallonero. Quella propaganda nazionalista e religiosa trovò un abbrivio nel 1984 con il concordato di Craxi e poi con Berlusconi che distribuiva milioni di copie di un suo libro sulla patria?

Negli anni Ottanta mi sembra di poter individuare un diaframma, un passaggio di fase, che più o meno coincide con l’indebolimento delle ideologie del Novecento. Con l’avvento del craxismo, la caduta del muro di Berlino e poi con tangentopoli e Berlusconi i grandi partiti, compresa la Dc ebbero un declino molto rapido.

Cosa sostituì quell’ideologia? Un’altra ideologia che fingeva di non essere tale?

In questo libro traccio una specie di panoramica di quello che avvenne nella formazione dei nuovi partiti degli anni Novanta: la Lega, Forza Italia, il Pds, Alleanza nazionale. E rintraccio in tutte queste formazioni un elemento nazionalistico molto forte. Sono tutte costruzioni ex post di un certo discorso di Berlusconi in cui diceva: «Questo è il mio Paese, qui ho i miei orizzonti, le mie radici».Un discorso che non ha bisogno di una ermeneutica. Ho trovato interessante ricostruire come Alleanza nazionale abbia cercato di strutturare un Pantheon di valori e di riferimenti italiani per smarcare la tradizione neofascista dalla matrice fascista. Dietro c’è Croce e c’è, soprattutto, un modello conservatore cattolico.

Dall’altra parte i Ds andarono in direzione analoga con un celebre discorso di Luciano Violante in Senato.Il famigerato discorso di insediamento al Senato in cui Violante legittimava i ragazzi di Salò..

.Quell’operazione mi sembrò il tentativo di una parte della classe politica che si trovava disarmata di fronte alla crisi, perché sprovvista di culture politiche. Fu così che quella classe politica scese in cantina per rispolverare i soldatini e le bandierine. Quel processo un po’ rabberciato si è poi strutturato con il settennato del presidente Carlo Azelio Ciampi. In funzione antileghista non perse occasione per rilanciare la retorica patriottica. Quella difesa della bandiera non incise solo nel discorso pubblico della politica ma anche sulla pedagogia scolastica. Gli alunni si ritrovarono a cantare l’inno di Mameli nel cortile della scuola, cosa che quando ero bambino io sarebbe stato straniante per me e per i miei compagni. Quell’operazione ciampiana nell’arco di un decennio divenne un vero abbaglio di massa perché portava a pensare un patriottismo di sinistra che nel giro di poco tempo è diventato nazionalismo: il presepe, il tortellino, balliamo l’Inno di Mameli al Papete Beach con Salvini e Renzi che specularmente dice giammai l’Inno di Mameli al Pepete. Viene da ridere perché è una storia dell’identità italiana molto grossolana; è la storia di chi non ha mai letto una storia della letteratura italiana e non ha mai seguito un dibattito sulla storiografia del nostro Paese.

C’è un deficit diffuso che riguarda la storia, siamo d’accordo, assistiamo nella mentalità comune a una completa cancellazione del passato colonialista italiano e delle responsabilità italiane nei genocidi. Italiani brava gente, un’illusione persistente. Così Salvini ha avuto buon gioco.

Il peggio del governo Lega-M5s è sintetizzato nell’espressione di Salvini «zingaraccia». In una sola parola, c’è razzismo, classismo e sessismo; in un solo epiteto pronunciato dall’allora ministro dell’Interno c’è tutta la destra peggiore. E ci dice molto su come si sia trasformata la destra. Quando chiedevano a Francesco Storace di dire qualcosa di destra, l’imprecazione che sceglieva era «froci». Perché i temi della destra erano l’omofobia, l’aborto, la droga. Oggi quei temi sono più sfumati, sono meno identificanti. Oggi nella destra c’è razzismo contro i poveri, un’idea violenta di pulizia etnica. L’omofobia è diventata anche sessismo nei confronti delle donne. Penso all’ingiuria «zingaraccia», ma ho anche davanti agli occhi un’azione simbolica luminosa: la vernice rosa rovesciata sulla statua di Montanelli dopo la manifestazione a Milano, un gesto che riscrive finalmente la storia: la statua bruttissima di un difensore di un conservatorismo becero, di uno che non ha mai veramente preso le distanze dal passato coloniale italiano, anzi lo ha amplificato non avendo mai preso le distanze dal suo passato maschilista. Quel gesto è l’immagine di un conflitto che nella società italiana è giustamente vivo.

C’è una responsabilità anche degli storici e degli intellettuali italiani? Da Contro l’identità italiana emerge con chiarezza il ruolo che ha avuto la fiction tv nel far passare un certo nazionalismo. Ma emerge anche la responsabilità di chi ha fatto un uso strumentale del canone italiano, per esempio esaltando Dante in chiave sovranista.

In particolare la responsabilità è degli intellettuali maschi. Un mio obiettivo polemico è Galli Della Loggia che per il Mulino ha curato una collana dedicata all’identità italiana. Lì c’è anche una mancata comprensione di come si siano trasformati i contesti politici. Un punto di svolta fu il 2001 con il Social forum. Lo scenario si stava aprendo a una politica internazionalista. A Genova ci fu una recrudescenza del nazionalismo repressivo.

La cultura del Social forum era new global, internazionalista. Oggi invece c’è chi a sinistra scivola verso il terreno nazionalista come Stefano Fassina che ha lanciato Patria e Costituzione?

Penso che quello di Stefano Fassina sia un tentativo benintenzionato. Altri tentativi sono più strumentali. C’è una parte politica che trova alimento in una letteratura economica che non tiene in considerazione una serie di cose: di fronte all’aggressività di organismi internazionali che non consentono margini di tutela delle politiche sociali pensano che lo Stato sia una forma di protezione. Questo è ciò che sostiene Rodrik ma, a mio avviso, confonde la mappa con il territorio, nel senso che si può essere statalisti senza essere nazionalisti. È un modo laico di pensare alla comunità statale. Si può essere europeisti, localisti e statalisti per difendere il pubblico.

Per esempio?

Penso a Mariana Mazzucato, per fare un nome. È una profonda statalista e non le serve avere un profilo nazionalista per difendere lo Stato. È un’economista famosa da contrapporre a chi si fa sostenitore del nazionalismo. Oggi stiamo assistendo a una grande trasformazione del mercato del lavoro. La composizione di classe è sempre più legata a una classe lavoratrice e migrante. Pensando ad un progetto di sinistra devo allargare lo sguardo a livello internazionale, a un sindacalismo sovranazionale e a un sindacalismo che deve cominciare a parlare in termini femministi. Non è un caso che l’ambientalismo e il femminismo siano due movimenti internazionalisti. Questo è un fatto che non può essere derubricato come vorrebbe Diego Fusaro che sicuramente è il più pagliaccesco della combriccola dei nazionalisti finti di sinistra o gramsciani. Se c’è un movimento che deve poter orientare le politiche del lavoro questo è quello ambientalista e femminista. I sindacati devono diventare ambientalistie femministi.

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L’intervista di Simona Maggiorelli a Christian raimo prosegue su Left in edicola dall’11 ottobre

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