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Li chiamano harraga (coloro che bruciano le frontiere), quei giovani tra i 20 e i 35 anni di nazionalità algerina che salpano dalle coste di Annaba per raggiungere le coste sud-occidentali sarde; viaggiano in piccole imbarcazioni, raramente si vedono donne e minori, e pochi di loro presentano richiesta di protezione internazionale. Scappano dal rigido controllo politico e sociale, dalla disoccupazione, da un sistema immobile che li porta a ribellarsi e a rischiare la vita per raggiungere l’Europa in cerca di nuove opportunità. Nell’ultimo anno, gli algerini, sono scesi anche in piazza per pretendere il cambiamento del governo e del sistema; ogni venerdì manifestano pacificamente nella speranza di una trasformazione radicale, fino a ottenere la prima vittoria nelle dimissioni del presidente Bouteflika, al potere da un ventennio.

Nel frattempo, gli sbarchi diretti alle coste sarde non si sono mai arrestati dagli anni Novanta. L’intensità degli arrivi è stata poi influenzata dalle politiche europee di esternalizzazione dei controlli marittimi e delle zone frontaliere, infatti, gli arrivi in Sardegna superano rispettivamente le 1500 e le 1600 unità nel biennio 2007-2008, nel 2016 si arriva oltre le mille unità. Si contano quasi duemila arrivi l’anno successivo, 1100 nel 2018 e circa 600 tra gennaio e settembre 2019. Il flusso nella rotta Algeria-Sardegna assorbe buona parte degli arrivi via mare degli algerini in tutta Italia, e fino a questo momento non aveva mai destato l’interesse politico e mediatico, poiché già in epoche passate aveva consentito collegamenti tra le due sponde del Mediterraneo, diventando nel tempo una breccia nello spazio-frontiera per i giovani harraga.

L’Algeria, considerata un Paese politicamente stabile e in grado di portare avanti la lotta contro il terrorismo e l’immigrazione irregolare ha attirato l’attenzione delle politiche migratorie dell’Unione Europea con il calo degli arrivi dalla Libia.

Chi viene sorpreso a lasciare il Paese illegalmente rischia sanzioni penali, oppure, viene spedito in uno dei tanti centri di detenzione in mezzo al deserto. Infatti, l’Algeria costituisce un importante asse di comunicazione sud-nord nel continente africano e all’interno della regione magrebina è una delle principali aree di sosta e via di transito per i migranti africani che vogliono arrivare in Europa. Come da protocollo nella lotta contro l’immigrazione irregolare, Italia e Algeria hanno intensificato la cooperazione con accordi bilaterali per la riammissione dei migranti o residenti irregolari (2006), la lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione illegale (2008). Nel 2009, invece, si rafforza la cooperazione tra la Guardia di Finanza italiana e la marina algerina sull’intercettazione e il respingimento dei barchini. Tuttavia il fenomeno non sembra arrestarsi e i giovani che rischiano la traversata del Mediterraneo sono in continuo aumento.

La Lega algerina di difesa dei diritti umani (LADDH) tra il 2015 e il 2018 ha registrato 9.753 tentativi falliti di emigrazione irregolare dall’Algeria, mentre sono circa tre mila le persone morte o disperse dal 2009 a oggi. L’immagine di questi giovani bloccati da un sistema ostruzionista che sfidano il mare verso un eldorado europeo, ha sensibilizzato così tanto l’opinione pubblica che è nata anche la rete delle “Famiglie degli harraga scomparsi in mare”, con lo scopo di svolgere un’azione di solidarietà tra i genitori dei ragazzi dispersi e protestare contro la passività delle autorità algerine di fronte a questo dramma.

In Algeria avere un visto per un Paese europeo è molto difficile. Nel 2018 il 45,5% delle richieste presentate di visti per lo spazio Schengen è stato rifiutato dalle ambasciate perché i richiedenti sono stati considerati potenziali migranti “clandestini”. La sola ambasciata francese rifuta il 49% e delle richieste, mentre quella italiana il 39%. Tre harraga su cinque hanno inoltrato richieste di visto valide ai servizi consolari europei e un terzo di essi ha rinnovato la richiesta almeno tre volte senza ottenere nulla.

Per chi riesce ad arrivare nelle coste sarde il percorso migratorio diventa irto di ostacoli. Nel 2008 viene aperto un centro di prima accoglienza a Elmas, nella provincia di Cagliari, con lo scopo di far transitare gli algerini intercettati prima del trasferimento in un CIE in vista dell’espulsione. I dubbi che i giovani algerini siano adeguatamente informati sulla richiesta di asilo sono stati più volte confermati, e la maggior parte di essi riceve il cosiddetto “foglio di via” con l’obbligo di lasciare l’Italia entro sette giorni. Le proteste, le rivolte e gli atti di autolesionismo contro la reclusione all’interno del centro, avevano spinto il Comitato antirazzista locale a organizzare attività di solidarietà nei confronti dei migranti. In seguito alla visita della Campagna LasciateCIEntrare per ben due volte nel 2015, il centro è stato chiuso in vista di nuovi bandi prefettizi. Con l’aumento degli sbarchi diretti e l’incapacità di far fronte al fenomeno, nel 2017 viene inaugurato il Centro di Prima Accoglienza a Monastir (SU), all’interno del quale viene attivato un ufficio dell’Agenzia Frontex, il quarto in Italia! Lo scopo è quello di identificare i migranti irregolari, sottoporli a visita medica e ospitarli in attesa del provvedimento di espulsione e respingimento.

In seguito all’entrata in vigore del decreto Minniti-Orlando nel 2017, l’idea dell’apertura di un centro permanente per il rimpatrio (CPR) in Sardegna si fa sempre più concreta. La struttura individuata, un’ex casa circondariale a Macomer (Nuoro), aveva sollevato le proteste della popolazione locale sul tema della sicurezza. In occasione di un incontro svoltosi nella Prefettura di Nuoro era stato lo stesso ex ministro dell’Interno Minniti a rassicurare la popolazione e le autorità locali sulla natura carceraria del CPR, con la promessa di un sostanziale investimento economico nel settore della videosorveglianza, come premio per gli sforzi fatti. Il 9 luglio 2019 un raggruppamento temporaneo di imprese si aggiudica la gara per l’affidamento dei servizi di gestione e funzionamento del CPR per un importo complessivo di 553.151,66 euro per un totale di 100 posti.

L’apertura del CPR come deterrente agli sbarchi diretti nelle coste sarde, diventati a quanto pare tema importante della politica della sicurezza, ripropone la retorica infondata della stretta relazione tra l’esistenza di centri di detenzione amministrativa per stranieri e la diminuzione degli ingressi irregolari in Europa. In realtà, la prassi dimostra che le strutture di identificazione ed espulsione non hanno alcun effetto deterrente sulle motivazioni alla partenza, sono luoghi in cui facilmente si verificano forme di abuso e di violazioni di diritti e non riescono neanche ad assolvere le funzioni per le quali sono state istituite. Se da un lato il tempo del trattenimento è stato elevato fino a 180 giorni per l’espletamento delle procedure, dall’altra non tutti i migranti reclusi vengono effettivamente rimpatriati; ad esempio nel 2018 è stato espulso circa il 45% delle persone trattenute in un CPR. Per ciò che concerne gli algerini, a fronte degli arrivi massicci sia in Italia, che nelle coste francesi e spagnole, soltanto cinque mila di essi sono effettivamente espulsi ogni anno dall’Europa. In Sardegna sono frequenti i casi di giovani algerini arrestati per aver violato il divieto di reingresso nel nostro Paese in seguito a un precedente (a volte anche più di uno) decreto di espulsione.

La harga, ovvero l’emigrazione irregolare algerina, non si arresta e continua a essere considerata come una forma di protesta e di rivolta estrema in risposta a un malessere sociale. I giovani algerini si trovano bloccati tra una società immobile che non consente la realizzazione dei loro sogni e l’impossibilità di un accesso regolare in Europa.

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