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Il 2 novembre, mentre usciamo in edicola, si sarà certificato a meno di improbabili colpi di scena, il rinnovo fra i governi di Libia e Italia, del Memorandum di intesa sulla «cooperazione dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere» ratificato il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Gentiloni. Il testo parte dalla volontà di voler attuare gli accordi già sottoscritti fra Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto 2008 (Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione) nonché di rifarsi alla Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 ricordando il “sostegno” assicurato alla rivoluzione del 17 febbraio 2011.

Il lungo preambolo parla di «cooperazione per individuare soluzioni urgenti alla questione dei migranti clandestini che attraversano la Libia per recarsi in Europa via mare, attraverso la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei Paesi di origine, lavorando al tempo stesso affinché i Paesi di origine accettino i propri cittadini o sottoscrivendo con questi Paesi accordi in merito».

Nel primo articolo del documento, alla lettera B, l’Italia si impegna a finanziare e sostenere programmi di crescita nelle zone colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale in settori come energie rinnovabili, infrastrutture, sanità, trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l’insegnamento, la formazione del personale e la ricerca scientifica. Nessun investimento di questo tipo risulta realizzato mentre enormi risorse sono state impegnate secondo il punto C dello stesso articolo, nella fornitura di supporto tecnico e tecnologico a…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dall’1 novembre 2019

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