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È che è davvero lontano il Cile. Lontano e diverso. Quindi qualsiasi cosa arrivi da lì puzza di qualcosa di estraneo, che ci interessa giusto il tempo e lo spazio di riempire una colonnina nella pagina degli esteri. Il Cile lo raccontano in molti ma stando sempre attenti a non prendere posizione. Non sia mai.

Le parole che più mi hanno colpito sul Cile sono di Diego del Pozo. Diego del Pozo si è laureato in Lettere e ha un Master in Letteratura all’Universidad Católica de Chile, attualmente svolge un Dottorato di Ricerca in Storia e Patrimonio Culturale presso l’Università di Helsinki, Finlandia. Ha scritto un pezzo che sembra letteratura, oltre che cronaca. Si intitola “In Cile si è esaurito il credito”: già il titolo è una fotografia.

Scrive Del Pozo:

«Come è possibile che in Cile, l’oasi dell’America Latina, oggi si viva una delle peggiori crisi politiche di tutta la regione?

Forse bisogna andare molto indietro nel tempo per poter rispondere a questa domanda, e probabilmente il presidente del Cile si sta chiedendo la stessa cosa. Del resto, è stato lui ad introdurre l’immagine dell’oasi. Il leader del Paese, colui che ci rappresenta. Se lui non ci comprende, allora la nostra democrazia ha fallito ancora una volta?

Il modello economico (capitalismo selvaggio) instaurato con la dittatura di Pinochet – che il presidente, così come l’opposizione che prima era al governo hanno saputo amministrare perfettamente durante quasi 20 anni, nonostante gli indici internazionali indichino il contrario – è un fallimento totale.

Il Cile è stato il primo Paese della regione ad entrare nell’OCSE, ma i numeri, quei numeri così evidenti, dicono la cosa opposta; ciò nonostante il Paese sa di cenere. Di tutto quel fumo indomabile, quello che si dissipa è una percentuale che è impossibile stabilire: al di là della crescita economica, della possibilità di accedere ai prodotti del mercato, al credito bancario, al di là delle auto nuove, dei televisori al plasma, e per finire con i cliché, dei successi sportivi, la percentuale che non è cambiata è stata quella della felicità.

Noi cileni, nonostante tutto, non siamo più felici. Al contrario, ci sentiamo più depressi e abbandonati che mai. Abbiamo iniziato a suicidarci. Oggi in Cile, le persone che per prime si tolgono la vita sono quelle che hanno visto di più: la terza età. Sembra che l’andare in pensione in Cile segni l’inizio del dolore e della sofferenza. Chi potrebbe crescere ottimista in questo scenario? Non bisogna dimenticare che in Cile il secondo gruppo con la percentuale maggiore di suicidi sono gli adolescenti. Spero che il presidente si stia chiedendo la stessa cosa.

Siamo già da una settimana con coprifuoco e militari per le strade del Cile, da quando hanno avuto inizio le manifestazioni a Santiago lo scorso venerdì, a causa dell’aumento del costo del trasporto pubblico nella capitale. Oggi, oltre alla Región Metropolitana, praticamente l’intero Paese si trova in stato d’emergenza, ciò significa che i militari sono responsabili della sicurezza in ogni angolo della nazione, e la paura si diffonde come un flusso d’acqua fantasmagorico che nessuno vede, ma che tutti percepiscono, come l’acqua autentica che ormai non scorre più nella maggior parte dei fiumi del Paese.

Una serie di dichiarazioni, al limite fra la presa in giro e l’indifferenza da parte del consiglio dei ministri, si sono aggiunte, come una sciocca provocazione, alla pressione sociale che si respirava durante il secondo anno di governo del secondo mandato del presidente Sebastián Piñera. Ciò che apparentemente era il riflesso di una democrazia solvibile, con l’alternarsi al potere fra la destra e la sinistra (Michelle Bachelet 2006-2010, Sebastián Piñera 2010-2014, Michelle Bachelet 2014-2018, Sebastián Piñera 2018 – ad oggi), oggi sembra ridicolo, evidenzia soltanto la mancanza di un piano politico e la lontananza dall’instaurazione di un progetto democratico.»

L’ha scritto Diego, il buongiorno migliore sul Cile.

Buon venerdì. Nei piccoli cortili ristretti.

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