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embra quasi un copione studiato a tavolino. Quando si parla di «ius soli», quando si ricordano le decine di migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia, ma a cui vengono negati i diritti di cittadinanza, ecco che arriva la risposta pronta. La senti ripetere come un ritornello da Matteo Salvini, da Giorgia Meloni, nonché da tutti i loro seguaci, accoliti e ammiratori variamente assortiti. È una risposta che più o meno suona così: «I diritti dei minori devono essere garantiti, ci mancherebbe, ma la cittadinanza è un’altra cosa». Chiaro no? Loro mica vogliono allontanare i minori nati in Italia. Loro hanno a cuore la vita e il benessere dei bambini e delle bambine. Solo che, ecco, un conto è tutelare i diritti, quello è sacrosanto, un altro conto è riconoscere la cittadinanza. Sono due cose diverse. Sembrerebbe un discorso logico: ma i discorsi logici, a volte, scivolano lungo insidiosissimi piani inclinati, e finiscono per andare in un’altra direzione rispetto a quella annunciata. Ed è proprio ciò che è successo in questi mesi, quando il Viminale, asseritamente così attento ai diritti dei minori, ha partorito una circolare che precarizza lo status dei bambini, soprattutto di quelli nati in Italia. Per capire cosa è successo, bisogna però fare un piccolo passo indietro.

I diritti dei minori nati in Italia… Quando un bambino nasce nel nostro Paese, come noto, non acquisisce la nazionalità italiana, ma «eredita», per così dire, la cittadinanza dai genitori: se è figlio di immigrati, rimane straniero, e come tutti gli stranieri deve avere un permesso di soggiorno. Secondo la legge, il minore «segue la condizione giuridica del genitore», il che vuol dire – in sostanza – che prende un permesso di soggiorno uguale (o analogo) a quello di mamma e papà. Così, se mamma e papà hanno un permesso a tempo indeterminato, senza scadenza, anche il bambino prende un permesso a tempo indeterminato: in questo caso, il fortunato bebè non dovrà – in futuro – richiedere periodicamente il rinnovo dei suoi documenti, e non rischierà di diventare irregolare per mancanza dei requisiti necessari a restare in Italia. Insomma, il figlio di genitori «lungosoggiornanti» (così si chiamano i titolari dei permessi a tempo indeterminato) gode di un diritto pieno e incondizionato alla permanenza in Italia. Certo, non ha la cittadinanza, ma almeno nessuno potrà mai cacciarlo dal Paese in cui è nato e cresciuto.

… e la circolare del Viminale Proprio su questo punto interviene la circolare del ministero dell’Interno, uscita il 6 settembre di quest’anno, ma divulgata sui siti specializzati solo nelle ultime settimane. Sarà bene fare attenzione alle date, perché ci forniscono un indizio prezioso: la circolare risponde a un quesito della Questura di Firenze inviato nel mese di aprile 2019; si deve quindi supporre che i tecnici del Viminale abbiano elaborato il testo tra la primavera e l’estate, nel periodo in cui al ministero c’era ancora Salvini. La circolare è uscita però solo a settembre, quando agli Interni era già arrivata Luciana Lamorgese. Siamo di fronte – almeno così sembra – a un provvedimento «bipartisan», serenamente condiviso dai due governi Conte. E veniamo al testo della circolare. Il ministero stabilisce che i figli di…

L’articolo di Sergio Bontempelli prosegue su Left in edicola da venerdì 8 novembre

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