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Alle origini di Tangentopoli c’è la fine della Guerra fredda. Nel discorso pubblico, la grande inchiesta che pretese di spianare corrotti e corruttori con il passo delle armate del generale Bava Beccaris è un fenomeno autonomo, vive di luce propria, innescato dalla caparbietà di un gruppo di magistrati, in particolare dalla testardaggine di una toga molisana ruspante e cruda come può essere la saggezza popolare. Certo, l’impatto dell’azione giudiziaria è tale che si impone nelle cronache del tempo: le scalinate del palazzo di giustizia di Milano, i cronisti sfiniti dopo ore di attesa per conoscere i nomi dei nuovi indagati, sospettati che si autodenunciavano al citofono appena un appuntato suonava, una collettiva eccitazione allo scoccare delle manette che portò, ad esempio, un procuratore della Repubblica, Marcello Maddalena, a dire pubblicamente che «il momento più bello era quando si riusciva a incarcerare qualcuno». Le cifre, del resto, così imponenti da influenzare la ricostruzione successiva: circa 5mila persone coinvolte, centinaia di esponenti istituzionali, 1.233 sentenze, un quadro che giustizia quell’idea di un evento in grado di disintegrare il sistema dei partiti. Ma non è così.

Mani pulite, come venne chiamata la maxi inchiesta giudiziaria, fu possibile, al contrario, perché il sistema dei partiti, fondamentale impalcatura dello Stato repubblicano italiano, era stato letteralmente “bombardato” dalla caduta del muro di Berlino. Non occorre evocare manovre complottistiche (o i pur strani incontri tra un magistrato di punta del pool di Milano e la super-spia statunitense Michael Ledeen). Nelle crisi di sistema, come fu quella che colpì l’Italia in quel particolare passaggio della storia mondiale, i punti nevralgici del “crollo” sono molteplici, impossibile indicare un luogo o un nome che possa comodamente fungere da principio ordinatore. Sarebbe affascinante, magari tirando un solo filo, far crollare tutto e guardare in faccia l’unico responsabile. Nel nostro caso, invece, è più efficiente la visione “gaddiana” delle cose: per il commissario Francesco Ingravallo le catastrofi impreviste non hanno mai un’unica causa, come sostengono alcuni filosofi, ma sono generate da svariati motivi.

Nel caso dei cicloni, quelli che riservano a tutti una fase di profondo e generale sconvolgimento, quelli che cambiano la vita delle persone e di un intero Paese, cercare un’unica causa è…

L’articolo di Stefania Limiti prosegue su Left in edicola da venerdì 8 novembre

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