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A pochi giorni dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, Eures ha diffuso i dati del Rapporto su femminicidio e violenza di genere in Italia. Le cifre sono agghiaccianti:

Nel 2018 sono state uccise 142 donne (+ 0,7% sul 2017), di cui 119 in famiglia (+ 6,3%), e sono 94 le vittime nei primi dieci mesi di quest’anno. Mai, sottolinea l’istituto di ricerca, «sul totale degli omicidi si era registrata una percentuale così alta di vittime femminili (40,3%)».

Mentre i dati sulla criminalità in Italia sono incoraggianti e parlano di un Paese sempre più sicuro, il dato sui femminicidi è in crescita. In totale dal 2000 sono 3.230 le donne uccise in Italia, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del coniuge/partner o ex partner. La scelta di separarsi, di uscire da una rapporto violento o solo apparentemente “normale” è spesso la causa scatenante, come ci ricorda la psichiatra e psicoterapeuta Irene Calesini in questo sfoglio.

Il pericolo dunque non sono gli stranieri, non sono i migranti, sui quali si è rovesciata la violenta campagna di criminalizzazione ordita dalla Lega e dagli altri partiti di destra, che tanto parlano di sicurezza, ma quando sono stati al governo non hanno fatto nulla per salvaguardarla.

Basti dire che solo lo 0,39% delle risorse del 2018 è arrivato a case rifugio e centri antiviolenza. Lo segnala Action Aid, rilevando anche che a meno di due mesi dalla fine dell’anno non c’è ancora il decreto di ripartizione del 2019.

Così come manca un lavoro strutturato e diffuso di prevenzione nelle scuole, presidio costituzionale e luogo principe per approfondire lo studio delle radici culturali della violenza sulle donne, che affondano nella storia millenaria del patriarcato, nella misoginia di filosofi e giuristi fin dall’antichità e che ha trovato una strutturazione granitica e una giustificazione “divina” attraverso le religioni monoteiste, come ricostruisce ora, con dovizia di fonti, un bel volume realizzato dalla Società italiana delle storiche, pensato specificamente per la didattica.

C’è ancora un enorme lavoro da fare sul piano culturale, lo diciamo spesso, e ce ne fanno vedere tutta l’urgenza i media che parlano a sproposito di “gigante buono” per l’assassinio della giovane Elisa Pomarelli.

Ce lo rendono evidente processi come quello a carico dei diciannovenni Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi che hanno fatto ubriacare, hanno stordito a pugni e poi violentato per ore una donna, riprendendo la scena con il cellulare e poi diffondendo il video, che mostra – parola degli investigatori- «una violenza continua e ripetuta». I due giovani hanno detto di non aver compreso che lei non fosse consenziente… Sono stati condannati rispettivamente a tre anni e a due anni e 10 mesi. «È andata bene» ha commentato Chiricozzi che, all’epoca dello stupro, sedeva in consiglio comunale a Vallerano come esponente di CasaPound.

Anche se dal 1996 in Italia la violenza sessuale ha cessato di essere un crimine contro la morale, la mentalità di alcuni giudici sembra non essersi mai aggiornata. È un problema italiano ma non solo.

In Spagna un gruppo di uomini violentò una quattordicenne ma la sentenza dice che non fu stupro, perché la ragazzina era ubriaca e «non sapeva cosa stesse facendo». Queste due vicende di cronaca nera sono accadute in Paesi segnati da un passato fascista che non è mai stato davvero elaborato. E’ un caso? Fatto sta a Roma come a Madrid non c’è mai stata una Norimberga del fascismo.

La legge sulla transizione, in prstica,  ha imposto in Spagna l’amnesia per legge. Mentre in Italia, con l’amnistia di Togliatti, funzionari e quadri fascisti hanno continuato per anni ad agire indisturbati nelle istituzioni. E oggi patiamo ancora gli effetti del codice Rocco.

Combattere la violenza visibile e invisibile sulle donne, significa combattere il fascismo. Non solo a livello di grandi valori e princìpi ma anche nel quotidiano, lottando contro la discriminazione, il machismo, il pregiudizio, la negazione e l’annullamento delle donne.

Lo sanno bene le giovani protagoniste di questa storia di copertina, ragazze che studiano, che fanno ricerca, che cercano di farsi strada nella professione, affermando un’identità femminile a tutto tondo. La loro lotta oggi, come quella del movimento internazionale Non una di meno (in piazza il 23 novembre), non è solo contro la disoccupazione e la precarietà, ma anche per poter essere libere di realizzarsi pienamente.

Da Giulia, che con un gruppo di amici ha dato vita al movimento delle #sardine contro l’avanzata leghista, ad Amalia, vittima di hate speech, che ha saputo reagire e farne un’occasione di conquista per i diritti di tutti, ad Anna, impegnata al fianco dei migranti. Tante storie diverse, con un filo rosso comune: l’antifascismo vissuto e incarnato ogni giorno. Un movimento di sinistra dal basso, che ancora in larga parte non ha rappresentanza ma una grande consapevolezza: la sinistra diventerà egemone quando riconoscerà pienamente l’identità delle donne.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 22 novembre 2019

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