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Il papa ha finalmente tolto il segreto pontificio sui processi per pedofilia; ora, stando al comunicato del cardinale Parolin, il segretario di Stato, le magistrature civili di tutti i Paesi colpiti da questo fenomeno criminale potranno accedere agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. L’eliminazione del segreto di Stato, da parte del capo della Santa sede, sui crimini pedofili compiuti da ecclesiastici è senza alcun dubbio un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali, che può avere importanti ripercussioni in favore delle vittime in attesa di giustizia. Ma dal punto di vista della prevenzione è bene dire subito che non sposta nulla. Andiamo per ordine.

Il segreto pontificio venne codificato nel documento “Secreta continere” di Paolo VI il 4 febbraio 1974. Alla fine del preambolo si legge che “in taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev’essere custodito con obbligo grave”. Vale a dire, pena la scomunica. Sotto il segreto imposto dal pontefice ricadevano, appunto, tra gli altri reati, le violenze su minori. Questo ha comportato per esempio che la vittima di un sacerdote pedofilo sottoposto a processo canonico non venisse informata dell’esito del giudizio. Ma anche che i pedofili giudicati dalla magistratura ecclesiastica potessero rimanere “sconosciuti” a quella civile. Con ovvie conseguenze, purtroppo, sull’incolumità di decine di migliaia di minori in tutto il mondo, poiché i sacerdoti pedofili, terminato il periodo di preghiera e penitenza previsto come sanzione per il loro “peccato”, possono tornare a esercitare nelle parrocchie, a insegnare nelle scuole religiose, a frequentare oratori, campi scout e così via. Insomma, la segretezza è stata per decenni una delle matrici della diffusione della pedofilia clericale nel mondo. Ora con colpevolissimo e inaudito ritardo almeno a questo sembra che la Santa Sede voglia porre rimedio. Va ribadito però che per decenni in nome della “ragion di Stato” un crimine violentissimo nei confronti degli esseri umani più indifesi è stato sepolto più che coperto sotto una gigantesca e diffusa cappa di omertà, complicità, silenzio impossibile – umanamente – da accettare.

Cosa accadrà in Italia? Su Left, e poi nel libro Giustizia divina con Emanuela Provera (Chiarelettere, 2018), per primi e unici abbiamo bucato la cappa di cui sopra che grava sui tribunali ecclesiastici sparsi nel nostro Paese e presenti in ciascuna delle oltre 220 diocesi. Riporto qui un brano del racconto di Giada Vitale, vittima a 13 anni di un parroco 55enne: don Marino Genova.

«Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della Curia di Termoli. Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza, mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice ecclesiastico. Voleva una copia della mia denuncia alla procura di Larino». Giada sostiene che il suo avvocato acconsentì alla richiesta, mentre il legale – interpellato da noi – nega di aver dato l’assenso. Fatto sta che questa copia è arrivata sul tavolo del giudice ecclesiastico. «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì, e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore ma io, come convenuto con il mio legale ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo tredici anni». Dal giorno dell’audizione, Giada non ha più saputo nulla in via ufficiale. «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate.» E aggiunge: «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo, illudendomi, che quello lì sarebbe stato punito a dovere».

Dicevamo, cosa accadrà in Italia? Altre vittime, diversamente da Giada probabilmente potranno d’ora in poi conoscere l’esito del giudizio canonico. Ed è già qualcosa, perché gli atti del processo canonico potrebbero tornar utili in quello penale e civile italiano (fin qui come abbiamo denunciato su Left questo è un “privilegio” riconosciuto solo ai sacerdoti imputati). Ma quello che forse più ci dovrebbe interessare è la possibilità di collaborazione delle autorità ecclesiastiche con quelle civili. Da questo punto di vista la “svolta” di Bergoglio non sposta nulla. Al punto 4 dell’Istruzione divulgata dal sottosegretario Parolin c’è scritto: «Il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili». Quindi, poiché la legge italiana – diversamente da quella francese, per esempio – per reati di questo tipo prevede l’obbligo di denuncia solo per i pubblici ufficiali e non per tutti i cittadini, i vescovi che pubblici ufficiali non sono continueranno a fare quello che hanno sempre fatto: continueranno a non denunciare i preti sospettati all’autorità civile. Tanto più che la Conferenza episcopale italiana nelle linee guida antipedofilia ha in pratica ribadito chiaro e tondo che finché la legge italiana resterà così, i vescovi non saranno obbligati nemmeno da Casa madre.

Se a questo si aggiunge che il Nuovo Concordato del 1985 all’articolo 4 solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile ecco che restano irrisolti tutti i nodi che limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana con il rischio di impedire l’esercizio dell’azione penale nei confronti dei preti sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso. Abuso, è bene ricordare, che la nostra controparte considera ancora oggi, nel 2019, un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, un atto impuro in violazione del sesto comandamento, e non la violenza efferata contro una persona. Di conseguenza la vera vittima sarebbe Dio e il peccatore (che sotto sotto per certa cultura è anche il bambino, che istigherebbe l’adulto) secondo la visione degli appartenenti al clero, deve rispondere alla persona che rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte. Di tutto questo non tiene conto lo Stato italiano nel tenere in vita il Concordato (siglato durante il Ventennio fascista e anche rinnovato), sebbene dal 1996 in poi la nostra legislazione in materia di reati a sfondo sessuale sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi.

Dunque, in conclusione, bene l’abolizione del segreto pontificio – perché in qualche modo, ma non in Italia, può agevolare l’azione della magistratura civile – ma non basta. Occorrerebbe un salto di paradigma culturale che porti il Vaticano e gli uomini di Chiesa a “vedere” lo stupro per quel che è: un crimine violentissimo che distrugge la vita di chi lo subisce. Esseri umani in carne, psiche ed ossa. Ma ciò significherebbe, per gli ecclesiastici tutti, negare il VI Comandamento, uno dei cardini del potere religioso e politico della Chiesa cattolica e apostolica romana.

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